Pensioni: «La busta arancione non si tocca». 20 anni di peripezie sulla bussola previdenziale
di Marco lo Conte
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Un’allergia ventennale quella dei governi per la busta arancione. Ostacolata, rinviata, frenata, nonostante dal 1996 una legge abbia imposto agli enti previdenziali di recapitarla ai lavoratori. Stiamo parlando della comunicazione periodica che i lavoratori ricevono e che prospetta loro l’ammontare della loro pensione e la data di fine lavoro, sulla base della contribuzione in essere (ipotizzando continuità di percorso contributivo). Arancione perchè tale era il colore della busta inviata ai lavoratori svedesi dopo l’introduzione del sistema contributivo, quasi contemporanea con l’analoga decisione italiana, nel 1996, di mandare in soffitta il generoso ma costoso per lo Stato sistema retributivo. E soppiantarlo con il più “equo” sistema contributivo, quello per cui la pensione è in funzione dei contributi versati nel corso dell’intera carriera. Solo che in Svezia la riforma delle pensioni è entrata subito in vigore, comprensiva di informativa ai lavoratori. In Italia si è presa la via della gradualità e del tergiversare.
I costi delle buste e del Cda dell’Inps
La busta arancione italiana ora è uscita dalla sperimentazione e ha mosso con disinvoltura i primi passi sicuri. Ma una nube le si profila all’orizzonte: il “decretone” su reddito di cittadinanza e quota 100 re-introduce nell’Inps il Consiglio d’amministrazione, che andrà remunerato grazie a una spending review che la relazione tecnica identifica in modo chiaro: «INPS inserirà nel riepilogo delle disposizioni di riduzioni di spesa (...) anche l'ammontare dei risparmi da realizzare in relazione ai nuovi compensi da corrispondere, al netto delle spese già previste per il Presidente dell'Istituto nel bilancio preventivo 2019. I suddetti ulteriori risparmi saranno conseguiti in via prioritaria attraverso le riduzioni di spesa concernenti la posta massiva, di cui al capitolo 5U1210029 “Spese per l'invio di posta massiva, per la gestione della corrispondenza in E/U e per i servizi di dematerializzazione”».
Il che non significa che la busta arancione debba essere sacrificata sull’altare del nuovo Cda Inps: «Il costo del nuovo Cda dell'Inps - fanno sapere dal Ministero del Lavoro -non peserà sulla finanza pubblica, e solo in presenza di maggiori oneri rispetto agli attuali costi per l’attuale modello di governance sarà finanziato da un processo di razionalizzazione e dematerializzazione degli invii cartacei massivi fatti dall’istituto senza intaccare i servizi offerti anche quelli concernenti la cosiddetta busta arancione, comunque non comprimendo in alcun modo gli obblighi normativi. In ogni caso si precisa che tali valutazioni sono premature dal momento che gli emolumenti del cda non sono ancora stati stabiliti».
La busta arancione non si tocca, dunque, e a confermare lo scampato pericolo sono gli stessi numeri: all’istituto l’invio delle buste arancioni costa tra i 700 e gli 800mila euro l’anno, un centesimo circa di tutte le spese per l’invio di posta massiva, circa 105 milioni di euro. Tutto si deciderà in un decreto del Lavoro, ancora da scrivere, ma è difficile che il ministero di via Veneto dia via libera ad emolumenti molto generosi ai futuri membri del Cda Inps, così come difficilmente deciderà di affossare uno strumento strumento di trasparenza ed educazione previdenziale come la busta arancione: utile a uscire dalla nebbia in cui talvolta ci si trova nel corso della vita professionale, a dare forma al futuro e ad allentare l’ansia del nostro presente.
Uno strumento di civiltà, presente in molti Paesi industrializzati da prendere a riferimento. D’altronde, da anni sul web è possibile consultare calcolatori pensionistici che permettono una stima - non certificata dall’Inps, ovviamente - della propria pensione futura, della data del pensionamento e, come accade con il calcolatore presente nel nostro sito, anche indicazioni utili per costruirsi una pensione complementare attraverso i fondi pensione.
