Autostrada Roma-Latina, la guerra dei 18 anni per un’opera che non c’è
di Massimo Frontera
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Si parte dall’Anas e si ritorna all’Anas, passando per una gara in project financing da 2,8 miliardi, un cospicuo stanziamento Cipe, un ricorso al Tar, un appello al Consiglio di Stato (seguito da un ulteriore ricorso al Consiglio di Stato e da un ricorso in Cassazione, entrambi in iter) e discussioni infinite. Se esistesse una classifica sul gioco dell’oca negli appalti, la “mitica” autostrada Roma-Latina avrebbe il primo posto per acclamazione: dopo 18 anni di discussioni, atti, proposte, progetti e carte bollate, ad oggi l’unica certezza è che l’opera esiste solo nella realtà virtuale.
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L’infrastruttura è ritenuta un sostegno importante al tessuto produttivo e al sistema logistico del basso Lazio e all’hinterland agro-industriale; consentirebbe un collegamento più rapido da e per l’aeroporto di Fiumicino; e accorcerebbe i tempi per raggiungere il litorale laziale, meta turistica ma anche sede di tante seconde case di romani.
Di una strada a pedaggio tra Latina e Roma si favoleggia da trent’anni, ma è solo nel 2001 che il “corridoio tirrenico” viene promosso a opera strategica e inserito nella legge obiettivo. Sempre nel 2001, l’attuale Via Pontina esce dall’orbita dell’Anas e viene conferita alla regione Lazio, in nome del “federalismo stradale” voluto dalle regioni. Da adesso in poi se ne occuperà Autostrade del Lazio (Adl), spa paritetica Anas-Regione Lazio, che nel novembre 2011 lancia una gara in project financing da quasi 2,8 miliardi per realizzare 68,3 km di autostrada (in parte a pedaggio e con ampi tratti in nuova sede), più 46,2 km di viabilità secondaria, più l’asse trasversale di 31,5 km tra Cisterna di Latina e Valmontone (cioè un link con la A1 Roma-Napoli). Quest’ultimo tratto, tuttavia, sebbene incluso nella gara, richiede 500 milioni pubblici mai trovati. Intanto nel 2004 il Cipe stanzia 460 milioni. L’autunno scorso, il governo ha evitato la perenzione di questi fondi, prolungando anche il termine per gli espropri. Il progetto guadagna così un altro anno e otto mesi di vita.
La gara di Adl vede solo due big in corsa: il consorzio spagnolo Sis e Salini-Impregilo (con Astaldi, Ghella e Pizzarotti). Le buste con le offerte vengono aperte tre anni fa: il 19 febbraio 2016. Gli spagnoli fanno l’offerta più competitiva e vincono. Siamo a luglio 2016. Impregilo Salini impugna l’esito di fronte al Tar Lazio, che respinge il ricorso e conferma l’aggiudicazione a Sis. Scatta l’appello al Consiglio di Stato, che viene accolto, ma non vince nessuno: la sentenza di Palazzo Spada pubblicata il 13 settembre 2018 (n.5374), dopo una complessa istruttoria tecnico-finanziaria affidata alla Banca d’Italia, annulla l’aggiudicazione a Sis e annulla, quasi totalmente, la procedura. Tra le altre cose, i tecnici di Bankitalia dimostrano che il contributo pubblico richiesto da Sis (preferito dalla commissione perché inferiore a quello di Impregilo) è in realtà un prestito senza adeguata garanzia di restituzione. La gara si blocca, producendo un ulteriore strascico giudiziario: Sis, infatti, nel novembre scorso, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato per la revoca della sentenza di settembre (l’udienza è fissata al 28 marzo prossimo). Cui è seguito, il 6 dicembre 2018 un ulteriore ricorso di Sis, in Cassazione, sempre per sterilizzare la sentenza di settembre (a quest’ultimo ricorso ha aderito anche Adl). La battaglia legale, pertanto, prosegue.

