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Agricoltura, record di valore aggiunto dalle attività connesse e dalle Dop

Agriturismi, agroenergie e prodotti con marchio di qualità portano l’Italia al vertice della classifica europea con 42,4 miliardi, davanti a Spagna 39,5 miliardi, Francia 35 e Germania 31 miliardi

di Giorgio dell'Orefice

In Italia sono attive oltre 26mila imprese agrituristiche, che nel 2024 hanno riportato una crescita del giro d’affari del 15,5%

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Nel 2024 è cresciuto (+3,5%) il valore aggiunto dell’agricoltura italiana che ha toccato quota 42,4 miliardi di euro. Un dato, quello emerso dalle stime preliminari Istat dei conti economici dell’agricoltura italiana per il 2024, che ha portato l’Italia al primo posto in Europa per valore aggiunto agricolo davanti a Spagna (39,5 miliardi), Francia (35,1) e Germania (31,9). Un risultato che ha fatto esultare il Governo a cominciare dalla Premier Meloni e dal ministro Lollobrigida che hanno ricordato come l’Esecutivo abbia dal primo momento messo l’agricoltura italiana al centro del proprio programma.

Nel corso di questa legislatura sia le leggi di Bilancio che alcuni provvedimenti ad hoc hanno di certo dato una scossa alla produzione agricola, ma un forte impulso è venuto anche dal Pnrr e in particolare dalla sua rimodulazione che (rafforzando misure come il “parco agrisolare” e i contratti di filiera) ha portato la dotazione di risorse da 5 a 8 miliardi di euro. Un importante booster per l’agricoltura italiana.

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Tuttavia, se l’Italia ha raggiunto oggi la leadership per valore aggiunto agricolo è anche grazie a scelte che vengono da lontano e che si sono rivelate decisive per la creazione di valore. Una di queste è quella di promuovere le attività connesse alla produzione agricola, ovvero investimenti sulla produzione di energia, sugli agriturismi o sulle vendite dirette. Un universo per il quale il Crea ha di recente stimato un giro d’affari di circa 12 miliardi l’anno.

Di attività connesse ha parlato anche l’Istat nelle proprie stime quando ha riportato la crescita del 5,2% nel 2024 delle «attività secondarie non agricole». A sottolineare il peso dell’energia verde è stata nei giorni scorsi anche Confagricoltura che ha stimato come dalle agroenergie venga ormai l’11% della produzione di rinnovabili in Italia.

Mentre il fenomeno dell’agriturismo è stato fotografato dalla stessa Istat che ha sottolineato come in Italia siano attive oltre 26mila imprese agrituristiche (numero raddoppiato in venti anni) che, nel 2024, hanno riportato una crescita del giro d’affari del 15,5%.

Ma c’è almeno un altro pilastro che ha giocato un ruolo importante nella valorizzazione dell’agricoltura italiana: la strategia della qualità. Secondo Ismea e Fondazione Qualivita i prodotti alimentari di qualità, la cosiddetta “Dop Economy” ha raggiunto un giro d’affari di oltre 20 miliardi di euro di cui quasi 12 realizzati sui mercati esteri e il coinvolgimento di decine di migliaia di produttori agricoli. Ma, soprattutto, gli agricoltori coinvolti nel sistema Dop, dai fornitori di latte per i grandi formaggi agli allevatori di suini inseriti nel circuito dei salumi riescono a ottenere per i propri prodotti prezzi sensibilmente più elevati rispetto a quelli del mercato.

«Attualmente – spiegano ad Assolatte (l’associazione delle industrie lattiero casearie) – il Parmigiano reggiano, che trasforma il 95% del latte prodotto nel proprio comprensorio, riconosce ai produttori un prezzo di 80 centesimi al litro, il 40% in più dei 57-58 erogati dall’industria casearia fuori del circuito Dop». «Le cosce destinate ai prosciutti Dop – aggiungono invece all’Assica (l’associazione degli industriali dei salumi) – hanno oggi un prezzo di 5,75-5,85 euro al chilo contro i 4,86 dei prosciutti non Dop. Un differenziale di quasi il 20% che moltiplicato per tonnellate di materie prime rappresenta una differenza significativa».

«Universo Dop e attività connesse hanno spinto il valore aggiunto dell’agricoltura italiana – ha commentato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini –. Tra le attività connesse non vanno dimenticate le vendite dirette che hanno raggiunto un fatturato di 5 miliardi. Come importante è l’impulso alla valorizzazione dell’agricoltura dei prodotti di qualità. Auspico che un percorso simile a quello compiuto da formaggi e salumi possa avvenire anche nel settore della pasta nel quale a nostro avviso il valore delle materie prime cerealicole italiane non è ancora riconosciuto. Mi auguro che questo possa avvenire con l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine».

«Molto bene la crescita del valore aggiunto agricolo – ha aggiunto il presidente di Cia-Agricoltori italiani, Cristiano Fini – ora però occorre assicurare che questo valore resti nelle tasche degli agricoltori che sono anche i più esposti alle calamità naturali. I contratti di filiera possono rappresentare una soluzione in tal senso come anche è importante incentivare le aggregazioni di prodotto o tra imprese».

«I dati Istat sono importanti – ha aggiunto il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – ma aggiungerei anche un campanello d’allarme. Nella nostra bilancia commerciale aumentano i valori dell’export ma crescono anche i volumi dell’import. Non abbiamo sufficienti materie prime per rifornire la nostra industria alimentare. Occorre rafforzare l’offerta italiana incentivando un’agricoltura più performante e produttiva. Di spazio per crescere ce ne è ancora».

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