Al Ssn mancano 40 miliardi per stare al passo dei paesi dell’Unione europea
Servizio sanitario da ripensare in un contesto in cui le famiglie spendono già 42 mld per curarsi. Il punto sul difficile equilibrio tra equità e sostenibilità e una roadmap con le proposte degli esperti
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I punti chiave
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Un servizio sanitario nazionale sulla carta ancora universalistico nell’intento di dare “tutto a tutti”, ma paradossalmente sempre meno equo e in affanno sulle risorse. Tanto che avrebbe bisogno di ben 40 miliardi per risollevarsi e stare al passo con l’Ue ma vede questo obiettivo sempre più lontano, gravato com’è da una crisi di sostenibilità e da profondi squilibri. Primo tra tutti, il peccato originale di essere sostenuto con Iva e Irap da meno del 20% della popolazione, mentre il restante 80% versa al fisco meno del valore dei servizi sanitari che in media riceve dallo Stato. Sono “pennellate” del ritratto attuale della sanità pubblica italiana tracciato dal 20° Rapporto “Manutenzione o trasformazione: l’intervento pubblico in sanità al bivio” messo a punto dal Crea Sanità che lo ha presentato a Roma nella sede del Cnel, sottoponendolo alla discussone di un panel di sei ex ministri della Salute. Obiettivo: capire se per il nostro Ssn sia ancora tempo di ritocchi o se non vadano piuttosto riconsiderati tutti i parametri, a partire proprio da un concetto condiviso di equità. Che oggi fa acqua da tutte le parti.
Un gap incolmabile da 40 miliardi
Non è solo un tema di risorse disponibili e di spesa per la sanità che da noi risulta comunque inferiore dell’11,3% al livello atteso e sempre più distante dalle medie Ue che vedono oggi l’Italia come “il più ricco dei Paesi più poveri”: i finanziamenti recuperabili in ogni caso non riuscirebbero a colmare i 40 mld di gap stimato. E’, dunque, soprattutto una questione di scelte. A fare i conti è il presidente del comitato scientifico di Crea Sanità, Federico Spandonaro: “Al netto di tutte le compatibilità, per la sanità italiana si potrebbero recuperare 20 miliardi ma non risolverebbero il problema, se pensiamo che solo per assumere personale servirebbero 30 mld mentre aumentando gli stipendi per recuperare l’attrattività del Ssn si arriverebbe a 40-50 mld”.
Ristrutturare il Ssn guardando all’equità
Detto questo, il tema è la ristrutturazione del Ssn tenendo la barra dritta sull’equità. “Quando hai un quarto della spesa sanitaria ormai privata e non hai soldi per coprirla – prosegue Spandonaro - le regole vanno cambiate. Per farlo serve un’analisi seria: l’equità oggi non c’è più. Il 20% della spesa privata è pagato da nuclei familiari poveri e di certo non tacciabili di inappropriatezza, in un contesto in cui è a carico delle famiglie il 25% della spesa sanitaria totale con oltre 42 miliardi. Dobbiamo ammettere che il Ssn non riesce a erogare Livelli essenziali di assistenza onnicomprensivi, tanto meno in un’Italia dove il sistema fiscale non funziona. Le regole vanno riscritte superando le liti politiche per trovare nuovi assetti nel nome di un Ssn da sostenere per il suo valore di assicurazione sociale”.
Le proposte per uscire dall’impasse
Insieme al Crea oltre quaranta esperti italiani mettono in fila i dati e propongono una roadmap in quindici punti. Il Ssn – è la tesi - va messo nelle condizioni di riallineare le promesse alle risorse disponibili, evitando così razionamenti impliciti che colpiscono le fasce più fragili, soprattutto per censo e capacità di scelta. L’intervento pubblico dovrebbe quindi “rinunciare ad arroccarsi sull’idea di una posizione egemonica della sanità pubblica per occuparsi della governance di tutto il sistema sanitario, compresa la quota, rilevante, della sanità privata”. Avere una vision implica priorità – si legge nel Rapporto Crea – e quindi scelte politicamente scomode: per questo serve una condivisione super-partes. “Dobbiamo cominciare a ragionare sui principi che ci sono – spiega Spandonaro -. L’universalismo non si tocca, l’equità va aggiornata perché oggi il sistema non la garantisce. La sussidiarietà va rivista decidendo quale livello possa essere erogato, così come va revisionato il rapporto con la spesa privata”.
Traguardi ancora lontani
Un esempio delle distorsioni che moltiplicano le disuguaglianze è il meccanismo di riparto del fondo sanitario nazionale. “Decisamente meno equo di quanto appaia – sottolinea Spandonaro -: tra i due estremi Liguria e Campania ci sono formalmente solo 150 euro di differenza nelle quote assegnate pro capite ma già guardando alla mobilità sanitaria il gap arriva a 300 euro e, considerando la spesa privata, si va a tre volte tanto a 500 euro. Eppure se c’è una regione più ricca, dove le persone possono permettersi di comprare di tasca propria i farmaci in classe A alleggerendo il Ssn, le risorse risparmiate andrebbero usate per le fasce più deboli. Questo oggi non viene neanche considerato”.

