Prevenzione demenze

Alzheimer, ecco la scheda per calcolare il rischio di sviluppare la malattia nel giro di tre anni

Dai primi risultati del maxi-progetto Interceptor un “nomogramma” utilizzabile anche dal medico di famiglia sui casi con disturbo cognitivo lieve.

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Un diagramma che anche il medico di famiglia potrà compilare in pochi minuti con dati ed esami fatti da un suo assistito, per calcolare il rischio che una persona con disturbo cognitivo lieve possa sviluppare l’Alzheimer a tre anni. Il nome - “nomogramma” - è difficile ma l’utilizzo davvero semplice e, soprattutto, l’utilità pare massima: davanti al dilagare delle demenze con il progressivo invecchiamento della popolazione e in attesa dei nuovi farmaci - costosi e con alti profili di rischio - i ricercatori giocano d’anticipo e puntano sulla prevenzione.

Il progetto di ricerca interceptor arriva ai primi risultati

È quello che è stato fatto con il progetto Interceptor, avviato ufficialmente nella primavera del 2018, promosso e finanziato con 3,5 milioni di euro dal ministero della Salute e dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Un programma di ricerca passato attraverso le forche caudine della pandemia e oggi arrivato ai primi risultati, presentati in un convegno all’Istituto superiore di sanità a Roma. A tracciare il perimetro il presidente Iss Rocco Bellantone: «Interceptor rappresenta un unicum nel panorama nazionale e internazionale, in particolare per l’obiettivo primario che è stato identificare uno o più biomarcatori in grado di predire con la massima accuratezza possibile la conversione da Mild cognitive impairment a demenza di Alzheimer a tre anni - ha spiegato -. La carta del rischio cognitivo che ne è derivata è uno strumento basato sulle evidenze scientifiche per gestire al meglio i pazienti con Mci. Ad un livello più elevato questa “carta” permetterà di aumentare l’efficienza del sistema sanitario sia dal punto di vista della pratica clinica sia da quello che attiene le scelte regolatorie. Il modello potrà essere usato non solo per individuare i pazienti candidati alla prescrizione di nuovi farmaci - ha precisato - ma anche per personalizzare interventi di prevenzione secondaria».

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Sono 2 mln le persone con malattia o a rischio e 23 mld l’anno i costi

I risultati dello studio Interceptor riguardano direttamente e indirettamente una popolazione stimata in Italia di 2 milioni di persone con deterioramento cognitivo minore e maggiore e di 4 mln di persone sane che vivono con loro, i caregiver, per un costo complessivo delle demenze pari a circa 23 miliardi di euro l’anno di cui il 63% a carico delle famiglie. Dati che, ha proseguito Bellantone, «richiedono una vera e propria rivoluzione copernicana nel definire politiche di prevenzione e gestione della malattia». Un impegno su cui è tornato il ministro della Salute Orazio Schillaci: «Tutti ci auguriamo che la ricerca e l’innovazione in campo farmacologico ci portino presto nuove opportunità di cura - ha detto - ed è altrettanto chiaro che i nuovi trattamenti ci imporranno di definire percorsi diagnostici e terapeutici appropriati per i pazienti sulla base di una valutazione rigorosa costi/benefici. In ogni caso il Ssn dovrà attrezzarsi per garantire una diagnosi precoce e una presa in carico tempestiva dei pazienti applicando la medicina di precisione con un potenziamento delle strutture territoriali e della telemedicina. Il lavoro è avviato: il Piano nazionale demenze sarà aggiornato in modo puntuale mentre lo scorso anno abbiamo rifinanziato il Fondo per l’Alzheimer e le demenze con 35 mln per il triennio 2024-2026 e a ottobre scorso è stato pubblicato il decreto di riparto tra le Regioni che stanno definendo i nuovi piani. Inoltre è stata aggiornata la mappa dei servizi per la diagnosi e presa in carico che sono 2.811. A fine 2023 è stata poi pubblicata la prima linea guida sulla diagnosi e trattamento del Mci. Ma cruciale - ha proseguito - è la prevenzione: ipertensione, diabete, sedentarietà, isolamento sociale sono fattori di rischio modificabili ed è sugli stili di vita sani e sull’invecchiamento attivo, tra i temi al centro del G7 di Ancona, che dobbiamo insistere».

Biomarcatori sotto la lente di Interceptor

I primi risultati ottenuti dal progetto – che è una miniera di informazioni su cui si continuerà a lavorare per anni - solo in parte rispondono all’intento iniziale: trovare dei biomarcatori capaci di identificare quei 30-40 casi su 100 persone con Mild Cognitive Impairment (Mci) che, dato noto, evolvono in malattia entro 3 anni producendo nel complesso in Italia 100mila nuovi casi di demenza ogni anno. Individuarli, significa infatti poter somministrare i (pochi) farmaci oggi disponibili per le forme lievi ai pazienti che davvero possono beneficiarne, con un vantaggio in termini di efficacia delle cure e sostenibilità del servizio sanitario. Quando fu disegnato lo studio, in campo c’era solo il primo anticorpo monoclonale contro l’amiloide e cioè aducanumab; oggi è in arrivo lecanemab approvato dall’Agenzia europea del farmaco (Ema) e c’è donanemab in rampa di lancio. Tutti con costi elevati che non sarebbe possibile per il Ssn né opportuno dal punto di vista della salute sostenere con una somministrazione a pioggia a tutti i 950mila casi Mci stimati nel Paese. Da qui la scelta di realizzare Interceptor: «L’obiettivo primario – spiega il promotore e coordinatore Paolo Maria Rossini, oggi responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma e già direttore della Neurologia del Gemelli - è stato quello di identificare un biomarcatore o un insieme di biomarcatori tra FDG-Pet, risonanza magnetica volumetrica, biomarcatori liquorali, genetica dell’ApoE che è il più affidabile marcatore genetico per l’Alzheimer, elettroencefalogramma, test neuropsicologici, in grado di predire con la maggiore accuratezza possibile la conversione da Mci a demenza di Alzheimer nei partecipanti allo studio in 3 anni di follow-up».

Vince la “combo” tra test neuropsicologico e biomarcatore

Nessuno dei biomarcatori studiati da solo raggiunge un’accuratezza utile. «Siamo al di sotto del 50% - spiega Rossini – che equivale alla monetina lanciata in aria da cui esce “testa o croce”. Però è il mix tra test neuropsicologici, che rimangono il pilastro della diagnosi precoce, e uno o due biomarcatori tra quelli indagati durante lo studio a darci una chiave di lettura: quella che ci ha portato a mettere a punto il nomogramma. I test neuropsicologici somministrati ai 351 partecipanti analizzati sui 500 volontari iniziali, da soli sono in grado di predire con un’accuratezza fino a circa il 72%. E se si aggiungono uno o due biomarcatori, si arriva a un 82% di accuratezza predittiva: per un servizio sanitario è una percentuale molto interessante in un’ottica di programmazione degli interventi, anche farmacologici, sulla popolazione Mci ad alto rischio di sviluppare la malattia». Ma quale biomarcatore scegliere tra quelli presi in considerazione nello studio? «Ad oggi non ne esiste uno migliore dell’altro – spiega ancora Rossini -: l’importante è affiancarli ai test neuropsicologici. Più o meno sono tutti sullo stesso piano, perciò si può comodamente scegliere come in una vetrina quello che per il Ssn sia più conveniente dal punto di vista dei costi, della non invasività e della disponibilità. Poi è chiaro che gli stessi bugiardini di aducanumab e lecanemab prevedono, per la somministrazione del farmaco, la preventiva ricerca di biomarcatori della presenza di amiloide e della predisposizione genetica a sviluppare micro emorragie».

Il punto sulle terapie disponibili in Italia

Sui biomarcatori è intervenuto alla presentazione del progetto il presidente di Aifa Robert Nisticò: «Dobbiamo fare uno sforzo in avanti verso i biomarcatori plasmatici e quella sarà la vera rivoluzione. Ancora non sono validati appieno anche dal punto di vista regolatorio ma serve un cambio di paradigma da parte dell’Ema». Poi il focus sulle terapie: «Ancora non abbiamo fatto la negoziazione per lecanemab - ha ricordato Nisticò - che negli Usa costa 26.000 dollari a paziente. La domanda è “a chi dobbiamo dare questo farmaco”, non solo come ricaduta economica sulle casse dello Stato ma anche per non dare un farmaco a un paziente esponendolo a rischi. Perché va ricordato che questi anticorpi monoclonali contro la beta-amiloide espongono il paziente a un rischio importante seppur raro, potenzialmente fatale. Quindi è cruciale definire qual è il paziente giusto al momento giusto alla dose giusta e al tempo giusto: questo è l’approccio della medicina di precisione su cui stiamo lavorando e come ente regolatorio dobbiamo essere pronti a capire, grazie alla ricerca che va implementata anche pensando a un “Interceptor 2”, quali farmaci è opportuno rimborsare».

Uno strumento che contribuisce a disinnescare la bomba demenze

In generale la forza di Interceptor - rivendicata dai ricercatori che l’hanno coordinato dai quattro super centri italiani Policlinico Gemelli di Roma, Fatebenefratelli di Brescia, Istituto neurologico Carlo Besta e San Raffaele di Milano insieme ad Associazione italiana malattia Alzheimer (Aima) e Istituto superiore di sanità – è di essere un progetto di sanità pubblica mirato a costruire uno strumento utilizzabile dal Ssn per selezionare i soggetti a basso, medio, alto rischio a cui dare i farmaci o per i quali invece programmare interventi di tipo diverso, anche su stili di vita e prevenzione mirata a categorie specifiche. Infatti lo studio ha confermato e approfondito una serie di informazioni importanti: insieme alla percentuale del 30-40% di persone con Mci che sviluppa Alzheimer, anche il rischio doppio per le donne, il maggiore impatto dell’età (più a rischio le persone con 74 anni all’ingresso rispetto ai 71 anni della media degli arruolati) e la sedentarietà.
«Interceptor non è legato al singolo farmaco – avvisa ancora Paolo Maria Rossini -: è una filosofia di programmazione sanitaria. Quando hai davanti farmaci costosissimi, con rischio di effetti collaterali notevoli, non puoi darli a tutte le persone a rischio solo perché sono anziane. Occorre disporre di uno strumento che consenta di selezionare gli individui ad alto rischio. Gli altri Mci potrebbero mantenere un’autonomia di vita fino all’ultimo o addirittura migliorare. Poter bloccare la malattia allo stadio Mci significa consentire alla persona di non essere un peso né per se stessa, né per la famiglia, né per la società, preservando autonomia e una vita “normale”».

La scheda di valutazione del rischio

Interceptor ha in definitiva creato una prima bussola per orientarsi nella scelta del miglior trattamento possibile in fase precoce. E’ anche un tema di economia sanitaria: oltre al costo del farmaco – chiariscono gli esperti – tra esami preventivi, trattamenti in ospedale e monitoraggio su eventuali effetti collaterali importanti come le microemorragie si arriva su base annua a 35-40mila euro. Dare il trattamento a un milione di persone farebbe “saltare il banco” già dal primo anno. Per questo occorreva uno strumento scientificamente validato, rigoroso, capace di selezionare le persone candidate al farmaco sulla base del rischio. «E noi - annuncia Rossini - questo strumento lo abbiamo messo a punto. E’ il nomogramma: che oltre a fornire sulla base di otto variabili una rappresentazione grafica del modello predittivo, permette di calcolare il rischio di conversione ad Alzheimer a tre anni. Una probabilità che può variare da meno dell’1% al 100%. Uno strumento facilmente applicabile, con modello stampato su carta che per essere decrittato nella pratica clinica quotidiana, sia nei centri specialistici che nello studio del medico di base, richiede una matita e un righello per “unire i puntini” dei dati relativi a un singolo individuo. Basta una quindicina di minuti: sulla base delle probabilità stimate da Interceptor il nomogramma propone tre gruppi di progressione da Mci ad Azheimer: basso, medio e alto rischio». Ed è alla popolazione ad alto rischio che, quando arriveranno anche in Italia, potranno essere prescritti i nuovi farmaci in arrivo.

Centri per i disturbi cognitivi e le demenze da ripensare

Interceptor è stato realizzato dal Piemonte alla Sicilia, in 19 Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) selezionati con bando Aifa. dove sono stati arruolati i pazienti. Una rete che andrà ripensata: proprio dallo studio “è emerso con chiarezza – rilevano i ricercatori - che l’attuale assetto dei Cdcd non è adeguato per la stragrande maggioranza dei centri a identificare precocemente soggetti con declino cognitivo lieve ad alto rischio di conversione a demenza, in particolare quelli con positività all’amiloide e ApoE omozigoti, come richiesto dai nuovi farmaci approvati. Sarà quindi necessaria una intensa programmazione e formazione di team altamente specializzati, ampiamente distribuiti sul territorio nazionale, in grado di gestire le tecnologie richieste, di interpretare correttamente i dati emergenti e di identificare i soggetti a rischio elevato”.

Una visione condivisa dall’Associazione dei pazienti Aima, la cui presidente Patrizia Spadin da vent’anni denuncia la carenza di servizi appropriati sul territorio. E reitera una richiesta sacrosanta: «I diritti dei pazienti vengono prima di tutto e non possono essere messi in discussione per alcun motivo, le decisioni del legislatore devono attenersi al principio di equità. Una nuova generazione di farmaci - sottolinea Spadina - si appresta a essere disponibile eppure a distanza di quasi trent’anni dall’arrivo degli inibitori della colinesterasi assistiamo a un analogo dibattito con polemiche sulle nuove molecole. Ma sta ai pazienti “tirare la collottola alla politica” perché venga rispettato il pieno diritto alla cura. Intanto noi, diretti interessati, ci guardiamo intorno e prendiamo atto di ritardi e mancanze: 20-24 mesi per la diagnosi di un malato, aumento complessivo del costo medio annuo per paziente che ha raggiunto i 72.000 euro con un +15% in termini reali sul 2015 della quota a carico delle famiglie, più della metà dei pazienti pari al 53,3%, che sfiora il 60% al Sud, che non ha mai effettuato una visita presso un Cdcd e solo un 37,7% dei pazienti seguito da un Cdcd a fronte del 56,6% che lo era da un centro Uva nel 2015 e del 66,8% del 2006. Del resto come possono i Cdcd rispondere a tutti i bisogni senza i finanziamenti necessari a colmare i vuoti e le disparità di orari, di personale e di infrastrutture che caratterizzano il panorama nazionale? E cosa aspettarsi ancora, se come ricorda l’Iss meno del 10% dei Cdcd è pronto alle nuove molecole?».

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