La ricerca

Per vivere più a lungo ambiente e stile di vita contano 10 volte più dei geni

Uno studio su Nature Medicine dimostra che i fattori ambientali svolgono un ruolo più importante nella longevità rispetto alla genetica

Adobestock

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I nostri geni non determinano il nostro futuro. L’effetto combinato del nostro stile di vita e dell’ambiente in cui viviamo può avere infatti un impatto significativo sulla nostra salute e longevità, addirittura maggiore rispetto ai nostri geni, secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine. In pratica, i fattori ambientali, tra cui le scelte e le condizioni di vita, sono circa 10 volte più importanti della genetica quando si tratta di invecchiamento sano e morte precoce. E questo, potenzialmente, dovrebbe significare che è possibile intervenire su questi fattori per vivere una vita più sana e più lunga.

Il “codice postale” vs il “codice genetico”

Insomma, il luogo in cui viviamo, ciò che mangiamo, l’inquinamento che respiriamo e le cure che riceviamo, tutti fattori determinati dal nostro “codice postale”, hanno un impatto sulla nostra salute quanto quello del nostro codice genetico.

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Cosa dice lo studio

In sintesi, lo studio identifica che i fattori ambientali tra cui il fumo, l’attività fisica, l’obesità, lo stato socioeconomico e l’etnia sono più importanti dei fattori genetici per le malattie del cuore, dei polmoni, del fegato e dei reni. Mentre, per malattie come il cancro e la demenza, i fattori genetici sembrano spiegare maggiormente la loro insorgenza.

La ricerca è stata condotta dai ricercatori dell’Università di Oxford su quasi mezzo milione di persone nel Regno Unito, nell’ambito della UK Biobank, uno dei più grandi database di dati sanitari, per identificare i fattori di morte prematura e delle principali malattie legate all’età.

L’obiettivo era valutare l’influenza di 164 diversi fattori ambientali e punteggi di rischio genetico per 22 malattie comuni (come obesità, ipertensione e dislipidemia), utilizzando anche le proteine del sangue per misurare l’invecchiamento biologico.

I risultati

Presi insieme, l’età, il sesso e i fattori ambientali – noti come esposoma – spiegano circa il 66% dei rischi di mortalità. I fattori ambientali spiegano il 17% della variazione del rischio di morte, rispetto al solo 2% dovuto alla genetica. I fattori ambientali più impattanti sono il fumo e i fattori socioeconomici (reddito, occupazione), seguiti da mancanza di attività fisica e cattive condizioni di vita. Sono stati identificati 25 fattori ambientali chiave, tra cui livello di istruzione, sonno, supporto sociale, benessere mentale e peso corporeo nell’infanzia.

Il fumo è associato a 21 delle malattie studiate, i fattori socioeconomici a 19 e la mancanza di attività fisica a 17. L’esposizione precoce a questi fattori, come il fumo materno durante la gravidanza, ha un impatto significativo sull’invecchiamento e sulla mortalità.

L’importanza della genetica e dei fattori ambientali differiva quando si trattava di problemi di salute specifici. Lo studio ha infatti evidenziato che le esposizioni ambientali hanno avuto un effetto maggiore sulle malattie del cuore, dei polmoni e del fegato rispetto alla predisposizione genetica. Per contro i rischi genetici erano un fattore dominante in caso di demenza e tumori al seno, alla prostata e al colon-retto.

Limiti dello studio e implicazioni

Come tutti gli studi osservazionali, non stabilisce cause-effetto, ma solo correlazioni. Sicuramente, però, questo studio è un passo avanti fondamentale nella comprensione del ruolo, del peso e del contributo che hanno la genetica e l’ambiente in varie malattie.

Detto questo, lo studio ha diversi limiti: i risultati potrebbero essere diversi in altri paesi, così come la presenza di altri fattori che non sono stati inclusi nello studio potrebbero incidere sulla salute, come ha sottolineato Austin Argentieri, primo autore dello studio, ricercatore presso l’Unità di Genetica Analitica e Traslazionale del Massachusetts General Hospital e docente all’Harvard Medical School: «L’esposoma è davvero un concetto specifico del contesto e sono quindi necessari ulteriori studi in altri luoghi del mondo per capire cosa è importante e dove».

Non solo. La popolazione della UK Biobank non è tipica della popolazione generale del Regno Unito e le esposizioni sono state tutte misurate in un solo momento, cioè quando le persone sono entrate per la prima volta nello studio UK Biobank. Pertanto, commenta Kevin McConway, professore emerito di statistica applicata presso la Open University: «questi risultati non possono, ad esempio, esaminare l’impatto sulla cattiva salute se qualcuno smette di fumare, o diventa più ricco, o cambia alimentazione. Così come le esposizioni precoci alla nascita, definite come importanti, sono state registrate sulla base di ciò che le persone ricordavano, ma non sono poi state effettivamente seguite nel tempo».

«Sarebbe facile - aggiunge McConway - liquidare questa nuova ricerca dicendo che, se si vuole essere in salute in età avanzata, è necessario smettere di fumare, fare un po’ di esercizio fisico e non essere poveri. Questo lo sapevamo già. A mio avviso, la scoperta importante è che si ottiene di più osservando diversi aspetti ambientali, ma ciò richiede un’attenta analisi statistica, in cui includere tutti gli aspetti che questo studio non ha potuto fare».

Nonostante i limiti, lo studio evidenzia l’importanza dei fattori ambientali e offre una tabella di marcia per interventi politici mirati a migliorare la salute pubblica, suggerendo che gli investimenti nella ricerca genetica sono importanti per malattie come il cancro e la demenza, mentre gli interventi sui fattori ambientali sono cruciali per malattie cardiovascolari, polmonari ed epatiche. Insomma, lo studio sottolinea che non siamo prigionieri dei nostri geni e che possiamo agire per una vita più sana.

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