Festival di Berlino

“Another End”, fascino e ambizione nel primo film italiano in concorso a Berlino

Al festival tedesco è arrivato il turno di Piero Messina con il suo secondo lungometraggio. In concorso è stato presentato anche “La cocina” di Alonso Ruizpalacios

di Andrea Chimento

3' min read

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Al Festival di Berlino è arrivato il giorno del primo film italiano in concorso: si tratta di “Another End”, opera seconda di Piero Messina, realizzata a quasi dieci anni di distanza dal suo esordio, “L’attesa” del 2015.
Se in quell’opera prima, ispirata a “La vita che ti diedi” di Pirandello, la protagonista era Juliette Binoche, in questo caso c’è un altro celebre nome internazionale nei panni del personaggio principale: Gael García Bernal.

L’attore messicano interpreta Sal, un uomo tormentato dal senso di colpa e dal ricordo della ragazza amata, rimasta uccisa in un incidente stradale. Ambientato in un futuro prossimo, “Another End” racconta però di un mondo in cui le persone in lutto hanno una grande possibilità: salutare chi non c’è più per un’ultima volta, grazie a una tecnologia che riporta in vita l’anima dei defunti all’interno del corpo di persone ancora vive che fungono da ospiti. In questo modo, il dolore del distacco viene alleviato e si ha più tempo per potersi dire addio per sempre. Aperto da un paio di sequenze di altissimo livello, incentrate sul descrivere la complessa situazione narrativa alla base della pellicola, “Another End” è un film che dimostra subito di possedere un grande fascino e un’ambizione piuttosto rara nel cinema italiano contemporaneo.

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In questo universo distopico, con echi che richiamano la serie di “Black Mirror”, quello che interessa al regista è soprattutto ragionare sul tema del distacco dalle persone amate e sul sottile confine che separa la vita dalla morte. Non tutti i passaggi narrativi sono originali e brillanti come il soggetto di partenza, ma il film si segue con piacere fino al termine.

Melodramma e fantascienza

Mescolando melodramma e fantascienza, “Another End” è una pellicola futuristica e sentimentale allo stesso tempo, che gioca le sue carte migliori proprio quando cerca di cogliere le emozioni degli esseri umani, felici o malinconiche che siano.La scelta che deve fare Sal è ricca di risvolti etici e morali che aiutano il coinvolgimento del pubblico e portano anche noi a riflettere su quanto stiamo vedendo. Tra numerosi guizzi, in cui ha un ruolo importante la bella partitura musicale, non manca qualche momento più macchinoso, relativo soprattutto al raggiungimento di un colpo di scena finale abbastanza spiazzante.La conclusione è comunque ricchissima di suggestioni che fanno ripensare all’intera pellicola in maniera ancor più coinvolgente: anche da questo si coglie quanto Piero Messina abbia raggiunto una consapevolezza del linguaggio cinematografico decisamente superiore alla sua opera prima e che fa molto ben sperare per il futuro della sua carriera.

Buon lavoro del cast e in particolare del protagonista Gael García Bernal in un ruolo tutt’altro che semplice. Da segnalare inoltre la presenza di tre brave attrici come Renate Reinsve, Bérénice Bejo e Olivia Williams.

La cocina

Un altro titolo molto atteso in concorso è “La cocina”, nuova pellicola del regista messicano Alonso Ruizpalacios.Seguiamo inizialmente una ragazza che ha lasciato il Messico per andare a lavorare in un ristorante di New York, dove lavora un uomo che conosce da tanto tempo, ma molto presto il film diventa un’opera corale in cui le dinamiche della cucina del locale fungono da metafora di tante riflessioni sociopolitiche, inerenti all’integrazione e alla condivisione di esperienze tra persone molto diverse tra loro.Dopo aver stupito con film come “Güeros” e “Museo”, Ruizpalacios prosegue a mostrare il suo buon talento con questa pellicola quasi interamente in bianco e nero e in grado di valorizzare al meglio lo stile esuberante del suo autore.L’inizio e il finale sono eccessivi, anche e soprattutto da un punto di vista registico, così come ci sono un paio di scene troppo sopra le righe, ma questi limiti si compensano con momenti di altissimo livello, a partire da uno splendido e lunghissimo piano-sequenza che segna uno dei momenti di massima difficoltà del lavoro in cucina dei vari personaggi.L’universo culinario diventa un pretesto per ragionare sui rapporti umani, affettuosi e conflittuali, in un micro-universo fortemente simbolico, dove nessuno si fida dell’altro e in cui il proprio spazio di lavoro va preservato a ogni costo.Il risultato è un film altalenante, ma potente, che ha come valore aggiunto un cast molto affiatato. Alla base c’è l’ottima commedia, “The Kitchen”, del drammaturgo inglese Arnold Wesker.

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