Bce, la strada è «ancora lunga». Così i mercati riportano i piedi per terra
Borse in ritirata, euro tonico, rendimenti in crescita e spread più ampio. Gli investitori non apprezzano l’aumento dei tassi di «soli» 50 punti base, ma fanno i conti con un livello di approdo più elevato delle attese e con la riduzione del bilancio dell’Eurotower
di Maximilian Cellino
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Avevano probabilmente ragione quanti invitavano alla prudenza nei giorni scorsi e non si fidavano del rally che i mercati azionari e obbligazionari avevano inscenato negli ultimi due mesi, principalmente proprio sulle aspettative di una svolta nelle politiche monetarie delle Banche centrali. Il cambio di passo - ieri per la Bce e la Banca d’Inghilterra, così come il giorno precedente per la Federal Reserve - c’è stato sì, con un aumento dei tassi di «soli» 50 punti base, ma non è il dietrofont che si voleva sperare. I banchieri centrali sono stati infatti chiarissimi nell’avvertire che ci saranno ulteriori mosse da compiere per combattere l’inflazione e non si faranno certo sconti.
Addio pivot
«Non stiamo facendo retromarcia», ha detto chiaro e tondo ieri Christine Lagarde, utilizzando proprio quel termine pivot da settimane sulla bocca di tutti per giustificare l’improvvisa esuberanza dei mercati. «Stiamo proseguendo un viaggio nel corso del quale abbiamo più distanza da percorrere e ci muoveremo più a lungo», ha aggiunto il presidente della Bce, indicando le strette sui tassi che ancora ci si dovrà aspettare «a un ritmo costante» nel 2023. Gli investitori hanno quindi rivisto le proprie posizioni con le conseguenze che ci si poteva in fondo aspettare: l’euro si è rafforzato, arrivando anche temporaneamente a superare 1,07 dollari, le Borse hanno accusato una brusca battuta d’arresto con perdite superiori al 2% e i tassi dei titoli di Stato sono risaliti in modo significativo.
Su quest’ultimo movimento ha evidentemente inciso anche l’annuncio della prossima riduzione del bilancio attraverso il mancato rinnovo di circa la metà dei titoli precedentemente acquisiti con il piano App (ma non quelli del piano pandemico Pepp) a partire da marzo e per un ammontare iniziale di 15 miliardi di euro. I rendimenti decennali del Bund sono quindi tornati sopra il 2% e quelli del BTp oltre il 4% per la prima volta da un mese a questa parte, mentre sulle scadenze brevi l’effetto è stato ancora più marcato. Lo spread tra Italia e Germania è anch’esso risalito a 207 punti base come non succedeva da metà novembre.
Le conseguenze del Qt
E se è chiaro che il primo movimento è tutto legato all’idea che la Bce possa mantenere più a lungo la barra a dritta con una politica monetaria restrittiva per riportare l’inflazione verso l’obiettivo statutario del 2%, la relativa sottoperformance dell’Italia (e degli altri Paesi «periferici») va invece ascritta all’avvio del cosiddetto quantitative tightening (Qt). Con il graduale ritiro dell’Eurotower, gli investitori privati dovranno infatti assorbire il prossimo anno una maggiore quantità di titoli a medio-lungo termine, che gli analisti stimano nell’ordine dei 500 miliardi di euro, circa 67 miliardi dei quali legati proprio ai BTp.
«L’Italia potrebbe subire uno dei maggiori aumenti della quantità di BTp sul mercato da quando è entrata a far parte dell’Eurozona», avverte Fabio Balboni, economista di Hsbc, spiegando che questo potrebbe da una parte «aumentare le pressioni sugli spread», ma dall’altra essere per la Bce anche «un fattore limitante in termini di capacità di aumentare ulteriormente i tassi». Il tutto a meno che non si decida di attivare lo «scudo» del Transmission protection instrument, ipotesi che appare però «improbabile in questa fase» per Balboni.

