Politica monetaria

Bce: nessun rialzo dei tassi a dicembre, ma attenzione alle aspettative

La Banca centrale europea non alzerà i tassi di interesse a dicembre, in linea con le attese

di Riccardo Sorrentino

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L'ultima dell'anno per Fed e Bce, verso tassi fermi

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Un nuovo rialzo dei tassi, quasi certamente, non ci sarà. La riunione di dicembre della Banca centrale europea dovrebbe chiudersi con una conferma del livello del costo del denaro ufficiale, oggi pari al 4,50% per il tasso di rifinanziamento e al 4,25% per il tasso sui depositi presso la Banca centrale (ancora molto ricchi): ormai anche i “falchi” sembrano escludere un nuovo rialzo. Più interessanti potranno essere allora le proiezioni macroeconomiche per capire se l’attuale flessione dell’inflazione – che ha più di una componente temporanea – potrà anticipare il ritorno all’obiettivo. Le previsioni di settembre indicavano come inflazione media del 2025 il 2,1%. Più vicino è il ritorno al 2%, più vicino – si può immaginare – sarà il rialzo dei tassi.

Inflazione complessiva vicina all’obiettivo

L’INFLAZIONE IN EUROLANDIA

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Fondamentale sarà però capire se la Banca centrale europea è a suo agio con le attuali aspettative dei mercati, che immaginano un taglio già nella prima parte del prossimo anno. L’inflazione è effettivamente calata molto rapidamente, forse più rapidamente delle attese: il 2,4 di novembre, sia pure accompagnato da una core inflation ancora elevata, al 4,2%, ha suscitato molte attese. Anche per la Bce, come per le altre banche centrali, il rischio di chiudere troppo presto la fase restrittiva e quindi di alimentare nuova inflazione è molto elevato.

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Curva dei rendimenti in calo

CURVA DEI RENDIMENTI DALL’INIZIO DELLA STRETTA

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I mercati sono però convinti del contrario. La curva dei rendimenti “sintetica” – aggregata per Pil – è decisamente più bassa, almeno per le medie/lunghe scadenze, di quelle dei mesi precedenti. Anche nella parte a breve, che esprime e realizza la politica economica, i tassi sono inferiori a quelli di ottobre, anche se restano leggermente più elevati di quelli di settembre e dei mesi precedenti. Non è detto che per la politica monetaria una simile situazione sia benvenuta.

Costo del credito ancora in rialzo

COSTO DEL CREDITO IN EUROLANDIA

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I dati sul costo del credito, all’altro capo della cinghia di trasmissione della politica monetaria, risalgono ancora a ottobre e segnano quindi un ulteriore aumento per tutte le maggiori economie e per l’insieme di Eurolandia. Si segnala solo il sorpasso dei tassi tedeschi su quelli italiani, e il livello relativamente meno elevato dell’economia francese (che non a caso ha fatto meglio delle altre). Solo la Bce, ed evidentemente in modo non completo, può oggi capire sulla base dei dati finora raccolti se la flessione dei rendimenti – che costituiscono il “pavimento” del costo del credito perché virtualmente privi del premio al rischio – si è trasmesso al resto dell’economia. I tassi a due anni, una scadenza rilevante per gli investimenti, sono ormai ai livelli di maggio.

Prestiti ai minimi dall’inizio della stretta

LA CORSA DEI PRESTITI ALLE AZIENDE

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L’economia però si è fermata, proprio come una politica monetaria orientata al controllo di un’inflazione piuttosto elevata, e non temporanea (come pure in un primo tempo si sperava che fosse), si aspetterebbe. Non si può parlare di recessione e forse neanche di stagnazione – malgrado i dati sul Pil – dal momento che l’occupazione continua a salire e la disoccupazione è ai minimi storici. I prestiti – ma i dati Bce si fermano anche in questo caso a ottobre – hanno approfondito la loro flessione rispetto a un anno prima mentre la leggera ripresa mensile non è necessariamente significativa perché i dati non sono destagionalizzati. Si può dire quindi che sono ai minimi dall’inizio della stretta.

Sorpasso dei salari sull’inflazione?

SALARI NEGOZIATI

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Molto osservati dalla Bce – e quindi in grado di complicare il quadro e il processo decisionale – sono i dati sui salari negoziati, che crescevano a settembre a un ritmo del 4,39% annuo. La fiammata inflazionistica ha decisamente ridotto il potere d’acquisto delle famiglie e solo i residui extrarisparmi accumulati durante il Covid – in Francia per esempio – hanno sostenuto la domanda interna. Ora però il calo dell’inflazione, la cui sostenibilità va valutata, sembra portare la velocità dei prezzi al di sotto di quella delle retribuzioni. Un fenomeno, questo, benvenuto se aiuta a recuperare un po’ di potere d’acquisto; se prolungato nel tempo, però, potrebbe creare timori di nuove pressioni sull’inflazione.

Il rischio di alimentare troppo ottimismo

La Bce, come altre banche centrali, è quindi chiamata a calibrare con grande attenzione la propria comunicazione, compito in cui non ha eccelso in questi mesi. Anche il solo ripetere che le prossime decisioni saranno prese «sulla base dei dati» e «riunione dopo riunione» – come ha fatto finora – potrebbe alimentare aspettative sui tassi, da parte del mercato, che non sono solo eccessivamente ottimistiche, ma possono negare gli sforzi stessi della politica monetaria, con il rischio che la stretta, quantomeno, si prolunghi.

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