Benzodiazepine, le più vendute e protagoniste nelle serie tv: «Non sempre l'ansia va gestita con i farmaci»
Presenti nell'ultima stagione di “The White Lotus” e nella nuova serie “The Pitt”. Lo psichiatra: «Presidio terapeutico importante ma va preso sotto controllo medico»
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I punti chiave
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«L'ansia, il disagio sono strumenti importanti del sistema di difesa dai pericoli degli umani. Sviluppati per metterci in guardia e affrontare i pericoli del mondo esterno e valutarli attentamente». Inizia da questa premessa Giampaolo Robert Perna, professore ordinario di psichiatria e coordinatore accademico dell'area salute mentale alla Humanitas University di Milano, per commentare il tema benzodiazepine: il farmaco più acquistato in Italia in fascia C, cioè, pagato dai cittadini su ricetta del medico, anche del medico di medicina generale.
Pillole protagoniste nelle serie tv
La discussione sulle popolari pillole contro l'ansia è tornata alla ribalta dopo che un recente articolo del New York Times segnalava la costante apparizione di questo farmaco in serie tv di tendenza come The White Lotus e The Pitt. Il consumo è massiccio in molti Paesi occidentali e il post pandemia da covid-19 non ha fatto che allargarne l'uso anche a fasce della popolazione che prima lo utilizzavano solo in casi di patologie psichiatriche conclamate. È pratico, agisce in fretta e ha limitati effetti collaterali e così viene usato per un colloquio di lavoro, per prendere un aereo da chi ha paura di volare, ma anche per affrontare situazioni di normale socialità, come recita un dialogo tra mamma e figlia, proprio nella terza stagione di White Lotus: «Non hai abbastanza pillole per superare una settimana in una spa per il benessere? ».
No alla demonizzazione
«Il messaggio importante è non demonizzare questi farmaci, che sono importanti presidi terapeutici, ma vanno utilizzarli appropriatamente, solo su indicazione del medico, soprattutto dello psichiatra. È lui che sa aiutare le persone a riconoscere e gestire i casi di ansia patologica e a distinguere situazioni che non devono essere gestite chimicamente, ma magari dalla psicoterapia cognitivo comportamentale. Mentre, una volta diagnosticato il disagio mentale patologico, è necessario un approccio medico e farmacologico più strutturato» spiega ancora il professor Perna.
Rischi e approccio personalizzato
La letteratura scientifica non assegna alle benzodiazepine specifici rischi di dipendenza, ma le linee guida suggeriscono di valutare attentamente i soggetti che sono già a rischio dipendenza e che, per questo motivo, dovrebbero evitarle. Il loro utilizzo, inoltre, deve essere limitato nel tempo e questo indipendentemente dal rischio tolleranza, cioè, la necessità di aumentare nel tempo i dosaggi per ottenere gli stessi effetti, che riguarda solo una percentuale di persone che va dall'1% al 3%. Al centro della ricerca scientifica con risultati ancora interlocutori ci sono altri elementi: l'impatto sui riflessi e sulla concentrazione, l'aumento dei rischi di demenza e l'atassia con conseguente rischio cadute negli anziani. «Sono tutti elementi che vanno nella direzione della personalizzazione della terapia sul singolo paziente e sulle sue caratteristiche. Della consapevolezza e del continuo aggiornamento scientifico di noi psichiatri ma, soprattutto, dei tanti medici di medicina generale che prescrivono questi farmaci. Deve essere visto come un rimedio sintomatico, molto utile nei casi acuti, ma è bene sapere che non è il gold standard per risolvere in maniera completa un quadro di tipo psichiatrico» conclude Perna.

