Scenari di investimento

Borse, peggior semestre dal 1970 e recessione in vista. Cosa aspettarsi?

Borse in un “mercato orso” e caduta dei bond senza freni. Questo lo scenario dei primi sei mesi dell’anno. Da qualche seduta però si intravedono i segnali di un cambio di strategia da parte degli istituzionali

di Vito Lops

La Borsa, gli indici del 30 giugno 2022

4' min read

4' min read

Si è chiuso il peggiore semestre finanziario dagli anni '70. I principali mercati azionari hanno perso oltre il 20%, entrando tecnicamente nelle sabbie mobili del “mercato orso”. Il tutto mentre scoppiava la più grande bolla del mercato obbligazionario di sempre, la stessa che aveva portato fino a qualche mese fa i bond a tassi negativi - neppure contemplati dai manuali scolastici - a valere fino a 18mila miliardi di dollari. Adesso, complice il rialzo globale dei rendimenti in scia allo spauracchio dell'inflazione, questi bond non esistono praticamente più.

Doppio cigno nero

Il devastante doppio cigno nero che ha colpito i mercati - prima la pandemia e poi la guerra tra Russia e Nato - ha costretto le banche centrali a tornare alla normalità per provare ad arginare il “mostro-inflazione” che, nelle proporzioni attuali vicine alla doppia cifra, non si vedeva appunto dagli anni '70. Quel che ne è scaturito, lato mercati finanziari, è stato un bagno di sangue. Il valore delle Borse globali è sceso di 25mila miliardi di dollari, da 122mila a 97mila. Quello dei bond di quasi 10mila miliardi (da 69 a 60). Quello delle criptovalute di oltre 2mila miliardi (da 3mila fin sotto la barriera dei 1.000).

Loading...

Tengono solo commodities e dollaro

Le uniche classi di investimento che hanno marciato in controtendenza sono le materie prime e il dollaro, che solitamente hanno una correlazione inversa ma in tempi eccezionali come questi sono saliti a braccetto. Il Crb index - uno dei più importanti panieri aggregati di commodities - è salito del 30% da inizio anno e del 175% dai minimi pandemici. Il dollar index è salito del 10% su scala globale superando i 105 punti, come non accadeva dal 2003. L'euro ieri è sceso sotto 1,04 nei confronti del biglietto verde e a questo punto c'è chi inizia a parlare di parità possibile.

L’inflation trade

Unendo i puntini potremmo dire che la prima parte dell'anno è stata dominata dall' “inflation trade”, quella strategia di investimento che mira a liquidare le posizioni che soffrono più di tutte l'impennata del caro-prezzi (bond in primis e poi a ruota la maggior parte dei settori del mercato azionario) per proteggersi proprio sugli asset che cavalcano la corsa dei prezzi fino alla fine, ovvero le materie prime. Nella sua durezza, velocità e violenza, il mercato ha fatto pulizia nel risk-on in particolare tra i titoli tecnologici, quelli più sensibili ai rialzi dei tassi. Basti pensare che degli oltre 3.000 titoli che compongono l'indice statunitense Nasdaq composite, quasi un terzo ha perso oltre l'80% dai rispettivi massimi e più della metà ha lasciato sul terreno oltre il 60%. Numeri simili a quelli che stiamo vedendo nelle criptovalute dove anche gli asset di valore, come Bitcoin ed Ethereum, stanno pagando lo scoppio di una doppia bolla in contemporanea (quella del Nasdaq, a cui le crypto sono oggi correlate, e quella della finanza decentralizzata le cui piattaforme offrivano da tempo rendimenti allegri paragonabili a schemi Ponzi).

I ribassi azionari delle ultime sedute hanno però una connotazione diversa rispetto al film visto nei primi sei mesi dell'anno. Perché sono accompagnati da un rialzo delle obbligazioni (i tassi sono tornati a scendere come si evince dal Treasury a 10 anni sceso al 3% dopo un picco al 3,4% e dal Bund passato dall'1,8% all'1,3% in poche giornate). E questa volta le materie prime, anziché salire come da copione da “inflation trade”, stanno scendendo, offrendo segnali di stanchezza.

Gli investitori vedono la recessione

Il comportamento diverso ma armonico delle differenti classi di investimento può dare la dimensione dello scenario economico che gli investitori vanno profilando, e anticipando, attraverso le loro mosse. E questo scenario ha un nome: recessione. Non a caso in tale contesto le obbligazioni tendono a ritrovare slancio o comunque arrestano la caduta (perché in termini di tassi e inflazione prospettici potrebbero aver già scontato il peggio) mentre le materie prime iniziano a soffrire (perché se l'inflazione inizia a dare segnali di picco vuol dire che ai prezzi attuali potrebbero risultare care).

In questi casi può tornare utile analizzare l'andamento delle materie prime industriali, più agganciate al ciclo economico e meno ai fattori geopolitici di quelle energetiche. E allora scopriamo che il rame - commodity industriale per eccellenza e considerata un punto di riferimento per provare ad intercettare segnali di recessione da parte del mercato - ha perso nel mese di giugno il 20%, passando da 4,5 a 3,7 dollari, con un'escalation al ribasso nelle ultime sedute. Sommando tutto, quindi, gli investitori, a parità di elevata volatilità e violenza nei ribassi, stanno spostando il focus da quello di “lotta all'inflazione” (dominante nella prima parte dell'anno) alla recessione.

Prossime trimestrali banco di prova

Del resto questa parola, pur essendo tanto temuta dai mercati, è stata sdoganata nei giorni scorsi a Sintra dai banchieri centrali, Powell (Fed) e Lagarde (Bce) compresi. Ormai non è più un tabù. Dal lato degli investitori è diventata una questione di prezzarne le crescenti probabilità. Prezzare in sostanza i danni che “la lotta all'inflazione” causerà all'economia reale. Ed ecco perché le prossime trimestrali - la cui carrellata di pubblicazioni arriverà nelle prossime settimane - saranno il vero banco di prova. Calcoli alla mano in questo momento il mercato sta scontando una crescita degli utili a Wall Street del 10% per il 2022 a fronte di un eps (Earnings per Share) per i prossimi 12 mesi aggregato di 240 dollari. Cosa accadrà all'indice se un'eventuale recessione inizierà a colpire duro gli utili ridimensionandoli tra il 15% e 40% (come stima Goldman Sachs durante i casi rallentamento/recessione)? Ipotizzando un calo dei profitti del 15%, l'eps andrebbe a 225. Qualora l'indice fosse valutato 15 volte gli utili (circa il multiplo attuale) la matematica porterebbe il valore dell'S&P 500 sotto i 3.400, circa il 10% in meno rispetto ai valori attuali.

Nel secondo semestre dell'anno saranno questi i calcoli prevalenti tra i gestori e le trimestrali (con tanto di forward guidance) offriranno i valori puntuali da inserire nella calcolatrice. Il ritorno alla normalità che la pandemia e la guerra hanno imposto alle banche centrali spingerà sempre più verso questi ragionamenti. Dopo che il ribasso del primo semestre (che ha portato il prezzo/utili di Wall Street da 21 a 15) è servito a sgonfiare i listini dall'inflazione finanziaria creata negli ultimi 10 anni di ingordigia e di esperimenti monetari dalle banche centrali. Ora si ricomincia dai fondamentali.


Copyright reserved ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti