Parla la presidente del gruppo

Calvosa: «Eni, nessuna frenata nella transizione green. E i soci diranno la loro»

La presidente di Eni traccia un bilancio dell’impatto della crisi ucraina. «Dal gruppo contributo importante al Paese. Al via il voto consultivo sulla strategia climatica in assemblea dal 2023»

di Celestina Dominelli

L'Eni entra nel progetto Gnl in Qatar: "Avremo piu' gas"

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«Eni è molto impegnata nella transizione energetica e non ha alcuna intenzione di rallentare il passo. Anzi, l’ha accelerato perché spingendo su questa leva si raggiunge prima e con più efficacia la sicurezza energetica che passa non solo dalla diversificazione geografica ma dalla pluralità delle fonti di approvvigionamento». Lucia Calvosa è presidente dal maggio 2020 di Eni, dove è arrivata con un profilo tecnico, costruito tra l’esperienza accademica (è ordinario di diritto commerciale all’Università di Pisa), la carriera di avvocato esperto in materia societaria e fallimentare e i cda di alcune grandi realtà (da Mps a Telecom). Ora, in questa intervista al Sole 24 Ore, la presidente di Eni, che, dal maggio 2021, presiede anche il Comitato Italiano per la Corporate Governance, traccia un bilancio dell’impatto del conflitto russo-ucraino e ribadisce il ruolo cruciale di Eni che è scesa in campo «con grande immediatezza» al fianco del governo. Ed è ora pronta, spiega Calvosa, a fare un ulteriore salto anche nella sua strategia per il clima con un voto consultivo dei soci che sarà introdotto in assemblea dal prossimo anno.

Partiamo dalla guerra in Ucraina che ha sconvolto i mercati energetici, in particolare quello sul gas, facendo nuovamente schizzare i prezzi. Cosa sta succedendo?

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L’emergenza di una potenziale e improvvisa mancanza di gas russo ci ha messi di fronte al tema della sicurezza energetica mondiale, nonché a quello della sussistenza di una realtà di sistemi economici e industriali ancora in buona parte legati a modelli energetici tradizionali. Ma già prima del conflitto eravamo nel mezzo di una crisi dei prezzi derivante dalla drastica riduzione degli investimenti nell’upstream e da una conseguente carenza di offerta a fronte del rimbalzo economico del post Covid. E con la guerra la crisi si è accentuata, con volatilità e picchi dei prezzi che non riflettono i flussi reali del mercato.

Le misure del governo

Il governo è corso ai ripari per cercare di calmierare l’impatto. È sufficiente secondo lei?

L’esecutivo sta intervenendo con le opportune misure di contrasto. E noi ci siamo adoperati per poter dare il nostro contributo alle istituzioni sfruttando al meglio e accelerando la produzione delle ingenti risorse di gas che abbiamo scoperto negli ultimi anni in modo da dirottarle verso l’Europa e verso l’Italia.

Eni sta affiancando l’esecutivo nella strategia di diversificazione delle forniture. Ma quando riusciremo a tagliare il cordone ombelicale con Mosca?

Il piano su cui è al lavoro il governo – e al quale stiamo offrendo il nostro supporto attraverso i rapporti con i Paesi con i quali operiamo e ai quali diamo buona parte del gas che produciamo nei loro territori – ha coinvolto Algeria e Libia, con il gas via tubo, e Stati come Egitto, Qatar, Congo, Angola per il gas liquefatto (Gnl). Grazie a queste iniziative, saremo in grado di sostituire già il prossimo inverno il 50% del gas russo, l’80% l’inverno successivo e il 100% in quello del 2024-2025.

Più fornitori per sostituire progressivamente Mosca, ma anche maggiori sforzi su stoccaggi e nuovi rigassificatori. Si accelera su più fronti.

Non c’è alternativa, bisogna avvalersi di più leve. Noi stiamo dando un contributo importante al Paese perché è stato fatto un lavoro straordinario di collaborazione con le istituzioni. Ma ciò che conta è che tutto il sistema faccia squadra anche perché il successo si raggiunge solo con la combinazione di tutti i fattori. Ma questo non basta.

Serve un uso consapevole dell’energia

A cosa pensa?

Al di là dei provvedimenti che assumerà il governo, è necessario stimolare un uso consapevole dell’energia perché questo è un passaggio doveroso. Finora si è parlato tanto di energia, di sicurezza, di infrastrutture e di investimenti necessari, ma occorre muoversi anche su questo versante promuovendo ad ampio spettro politiche che stimolino un utilizzo corretto e responsabile dell’energia da parte di tutti.

Veniamo ai vostri piani. Eni ha stretto i bulloni attorno alla strategia di decarbonizzazione fissando step intermedi al 2030 e al 2040 sia in termini di riduzioni di emissioni assolute che di intensità carbonica. Perché questa scelta?

Questa decisione permette innanzitutto a Eni di accelerare verso l’obiettivo di zero emissioni nette. E, quando abbiamo fissato questo nel piano strategico 2022-25, stavamo già velocizzando il nostro percorso, perciò andremo ancora più spediti verso il traguardo. Inoltre i target intermedi ci hanno consentito e ci consentono di interloquire meglio con gli stakeholder che hanno così la possibilità di monitorare le tappe della nostra strategia.

Da quando è arrivata alla presidenza di Eni ha lavorato molto sul rapporto con gli stakeholder. Che ruolo hanno nel processo decisionale del gruppo?

Già dal 2018 Eni colloquia con i suoi stakeholder, ma il confronto si è via via intensificato e, a oggi, il gruppo dialoga con oltre 4800 soggetti per acquisire conoscenza delle aspettative e per comprendere le aree possibili di miglioramento attraverso una piattaforma ad hoc: si parla ormai di platform governance o corptech governance. Ogni anno, poi, Eni fa un’analisi materiale degli argomenti e delle priorità emerse. E qui entra in gioco il cda.

Il ruolo del cda

In che modo?

Il successo sostenibile, introdotto dal codice di corporate governance, pone il cda, che è la leva delle politiche di sostenibilità, di fronte alla necessità di comporre i vari interessi che sono in campo. E non si tratta più soltanto di perseguire l’interesse dell’azionista al dividendo perché devono essere presi in considerazione e tutelati anche gli interessi degli altri stakeholder rilevanti per la società (i lavoratori, i fornitori e business partner, le comunità e i consumatori/clienti).

Questo cambio di passo quale impatto produce?

È una rivoluzione nella governance perché gli stakeholder terzi, che fino a oggi erano solo beneficiari di azioni altrui, diventano ora, attraverso l’esercizio di poteri di voice nell’ambito dell'organizzazione sociale, attori capaci di orientare le politiche societarie verso le metriche Esg.

Su Esg e lotta al cambiamento climatico è cresciuto molto l’interesse degli investitori. E Bruxelles lavora a una proposta di direttiva che renderà vincolante, nell’ambito della remunerazione variabile del management, l’impegno sulla transizione climatica. Eni come intende muoversi?

Noi l’abbiamo già introdotto e ci siamo mossi in anticipo. Ma ora è chiaro che la decisione in sede europea fa assurgere il clima a valore autonomo. Ecco perché introdurremo in assemblea il voto consultivo sulla strategia climatica, il cosiddetto say on climate, a partire dal prossimo anno. Vogliamo essere all’avanguardia. E lo siamo con riguardo a vari profili della governance. Come ad esempio quello relativo alla composizione del cda. La raccomandazione 5 del Codice di corporate governance per le grandi quotate prevede che metà dei consiglieri siano indipendenti: Eni ne ha 7 su 9, incluso il presidente. E 4 dei 7 sono donne. E, secondo una letteratura americana, le donne sono più attente alla sostenibilità e più propense a dare rilevanza ai fattori Esg.

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