Il nuovo piano del gruppo

Eni alza il velo sul nuovo piano: sale la cedola, newco sulla ecomobilità. Descalzi: più gas senza Russia

Grazie alle alleanze con i Paesi produttori, il Cane a sei zampe renderà disponibili forniture per oltre 14 trilioni di piedi cubi

di Celestina Dominelli

(REUTERS)

4' min read

I punti chiave

  • I dividendi e la newco sulla mobilità verde
  • Il fattore Ucraina
  • Le nuove linee del gas
  • I programmi su Plenitude
  • Il dossier Saipem

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Che Eni sia in prima linea nella corsa ingaggiata dal governo per affrancarsi dal gas di Mosca era evidente ormai da tempo. E la conferma che sia il miglior alleato arriva direttamente dal numero uno Claudio Descalzi alla presentazione del nuovo piano strategico 2022-2025.

I dividendi e la newco sulla mobilità verde

Un piano in cui si annuncia innanzitutto una nuova società dedicata alla mobilità sostenibile («per la quale, però, è prematuro parlare di Ipo», precisa Descalzi) e che promette di alzare il dividendo annuale, portandolo a 88 centesimi (rispetto ai 0,86 euro della vecchia strategia), facendo leva su un capex di 7,7 miliardi nel 2022 (e di una media di 7 miliardi dal 2022 al 2025, con il 30% degli investimenti già prenotati per i nuovi business, da raddoppiare entro il 2030) e su un flusso di cassa operativo di 14 miliardi nel 2022 (che diverranno 55 miliardi nell’arco di piano).

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Il fattore Ucraina

Ma in quello stesso piano l’attacco di Vladimir Putin nel cuore dell’Europa diventa giocoforza il convitato di pietra: «La guerra in Ucraina ci sta costringendo a vedere il mondo in modo diverso da come lo conoscevamo. È una tragedia umanitaria che ha generato nuove minacce alla sicurezza energetica e alla quale dobbiamo far fronte senza abbandonare le nostre ambizioni per una transizione energetica equa», esordisce Descalzi.

GLI OBIETTIVI

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Poche, chiarissime, indicazioni, cui seguono i fatti. Perché il gruppo è pronto ad affrontare la sfida accanto all’esecutivo, dal quale, precisa l’ad, «non sono mai arrivate pressioni o interferenze sulla politica dei dividendi». E lo fa stringendo sulle partnership consolidate con i Paesi produttori per mettere sul piatto 14 trilioni di piedi cubi di gas aggiuntivo nel breve e medio termine. Tradotto: 400 miliardi di metri cubi di gas, 14 volte quello che l’Italia ogni anno importa ora dalla Russia (29 miliardi di metri cubi di gas), da dove i flussi sono regolari - diranno il cfo Francesco Gattei, il dg di Natural Resources Guido Brusco e il direttore Global Gas & Lng Portfolio Cristian Signoretto -, e da dove sono già stati tagliati i residui cordoni, disinvestendo dal gasdotto Blustream, mentre le jv con Rosneft «sono congelate dal 2014 e lo rimangono».

Le nuove linee del gas

Il gas, dunque, diventa, com’era prevedibile, il protagonista principale del piano. In ballo c’è la sicurezza delle forniture di Italia e d’Europa, alle quali l’Eni sa di poter lanciare un salvagente cruciale, forte dei suoi 50 trillioni di piedi cubi di riserve e risorse globali. Un tesoretto consistente che l’ad mette insieme a 15 milioni di tonnellate annue di gas naturale liquefatto che saranno contrattualizzati entro fine piano e che Eni sta già mettendo in cascina, grazie ai nuovi progetti in Congo, Angola, Egitto, Indonesia, Nigeria e Mozambico. E proprio a Maputo Descalzi vola, subito dopo la strategy, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per aggiungere un altro mattone all’emancipazione da Mosca dopo i viaggi in Algeria, Qatar, Congo e Angola.

Ma attenzione, puntualizza l’ad, l’impegno di Eni nella partita del gas non è una rinuncia agli stringenti obiettivi di decarbonizzazione che Descalzi ha voluto con forza. I numeri del piano sono eloquenti, a partire dall’accelerazione del cammino verso le zero emissioni assolute nette scope 1,2 3 (da quelle cioè generate dalle attività aziendali alle emissioni legate alla catena del valore), con un taglio del 35% entro il 2030 (rispetto ai 25% del precedente target) e del 80% prima del 2040 (a fronte del vecchio 65%). Uno sprint che non risparmierà l’upstream. Quest’ultimo viaggia, lato produzione, lungo i binari di una crescita media del 3% l’anno, con 1,7 milioni di barili di olio equivalenti (boe) al giorno nel 2022, grazie all’avvio di 11 progetti major, dalla Costa d’Avorio agli Emirati, ma dovrà anch’esso ridurre le scope 1 e 2 del 65% entro il 2025 sul 2018 per arrivare allo zero netto entro il 2030, avendo altresì garantito, nell’ambito del piano, circa 29 miliardi di euro di free cash flow organico cumulativo.

I programmi su Plenitude

Poi c’è il capitolo dei modelli di business per valorizzare appieno gli asset estraendone il massimo valore, che rinvia innanzitutto a Plenitude, pronta a essere quotata entro la fine dell’anno e per la quale, dirà Descalzi, è stato compilato il documento di registrazione con la Consob. A queste sono seguite altre esperienze di successo, come Azule (la società nata in Angola dalle nozze con Bp) e Neoa (la prima spac quotata a Londra focalizzata sulla transizione energetica). Ma la novità dell’ultima ora è la nascita di un’altra newco dedicata alla mobilità sostenibile sotto cui saranno riunite le attività di bioraffinazione e di marketing e che garantirà oltre 900 milioni di ebitda entro il 2025.

Il dossier Saipem

Fin qui, quindi, la proiezione in avanti. Poi il passaggio su Saipem. «È una società che sosteniamo» e «rimarrà un player importante del mercato», ma per i dettagli si rinvia al cda dell’ex controllata, il 24 marzo, sintetizza Gattei. Al quale spetta anche il passaggio sulla cedola. Che crescerà sulla base di un range di 80-90 dollari al barile per il prezzo del brent e che sarà corrisposta ogni tre mesi, spiega il cfo, non prima di aver annunciato il lancio di un piano di buyback da 1,1 miliardi, subordinato all’ok della prossima assise dei soci. E i cui termini saranno aggiornati a luglio e ottobre guardando al greggio: se supererà i 90 dollari, salirà anche l’acquisto di azioni proprie, per un valore pari al 30% del surplus di free cash flow associato a tale scatto.

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