Sbagliando si impara

Come coinvolgere, influenzare e interpretare la realtà in azienda con lo storytelling

Lo storytelling come strumento per coinvolgere emotivamente e influenzare le decisioni delle persone, ma anche per interpretare la realtà in modo più completo e consapevole

di Massimo Calì*

4' min read

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Qualche settimana fa, in questa rubrica, Gianluca Rizzi ci ha parlato di storytelling. L’argomento è ricco e articolato, e da tempo di gran moda anche in ambito aziendale. Rizzi ha richiamato alcune qualità dello storytelling, che ha il potere di coinvolgere emotivamente e influenzare le decisioni delle persone, ma ci ha anche ricordato che, proprio per il coinvolgimento emotivo, il rischio di un utilizzo manipolatorio dello stesso esiste. Ai detrattori, o anche solo a chi manifesta diffidenza soprattutto in virtù dell’uso e abuso che si fa del termine, questo rischio fa vivere con sospetto lo storytelling tout court, e lascia spazio ad interpretazioni quali “se tutto è narrazione, niente più lo è”.

Torno sull’argomento per aggiungere qualche elemento al tema (potenzialmente infinito). Intanto promuovendo una chiave di lettura dello storytelling che ci permetta di inquadrarlo non come “altro” dalla realtà, ma come parte stessa della realtà. Quindi, non tanto “se è tutto narrazione”, ma proprio “la realtà senza storytelling non esiste”. Il che non significa che narrare non richieda anche delle capacità e competenze che possono essere raffinate e allenate, ma appunto che nessuno di noi è in grado di leggere e interpretare la realtà se non c’è storytelling. Al punto che, quando ci sembra di appoggiarci ai soli fatti, la verità è che – magari senza nemmeno accorgercene – lo storytelling siamo in grado di costruircelo da soli (perché abbiamo una conoscenza più ampia del contesto in cui quei fatti si inseriscono eccetera).

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Il più lucido su questo significato di storytelling che ho avuto modo di ascoltare è Alessandro Baricco, che non a caso è capace di una narrazione pregiata, e la insegna da tanti anni tramite la sua Scuola Holden. Baricco, nei suoi interventi sul tema, si spinge anche oltre: togliete i crudi fatti da un racconto, e tutto quello che resta è storytelling. “Esiste una abilità nella confezione delle cose, esiste la capacità di mentire, ma lo storytelling non è una abile aggiunta alla realtà, ma un pezzo della realtà. Fatti, privi di storytelling, non esistono. D’altra parte, uno storytelling senza fatti, non esiste, non è reale: non esiste nella realtà”. Secondo questa chiave di lettura, lo storytelling non è altro dalla realtà, non è qualcosa che possiamo “spalmare sulla realtà per renderla migliore”. Tanto che se un progetto, un’idea, un’iniziativa nascono senza storytelling, è impossibile costruirglielo a posteriori.

Non c’è realtà senza storytelling

Tra i molti esempi di Baricco ce n’è uno che ho sempre trovato folgorante: un referto medico sembra completamente privo di storytelling e questo può sembrare coerente con una situazione in cui vogliamo “sapere come stanno le cose senza tanti ricami”. Al tempo stesso, i più tra noi reintroducono lo storytelling facendo leggere il referto al proprio medico, che ci restituisce poi quella parte della realtà, fondamentale, che ci permette di reagire in un modo o nell’altro a quanto scritto nel referto. Da questo storytelling, aggiunge Baricco, può dipendere addirittura la guarigione.

Tornando a Gianluca Rizzi, auspicava uno storytelling che serva a “trasmettere e tramandare i valori positivi che costituiscono le fondamenta di qualunque comunità umana sana”. Chi come noi e altri nostri colleghi se ne occupa per mestiere in ambito aziendale, tocca quotidianamente con mano come questa chiave di lettura sempre più faccia la differenza in termini di competenze manageriali contemporanee.

Non è importante per un manager saper fare storytelling perché ormai è di moda e tutto è narrazione; è importante (fondamentale) saper fare uno storytelling adeguato perché i tempi lo richiedono. Lo richiedono con talmente tanta forza che è anche diventato di moda, ma la forza necessaria è quella di tempi complessi, con decisioni da prendere e su cui indirizzare le persone nelle organizzazioni, in contesti sempre più veloci, interconnessi e incerti.

In contesti così complessi stare fermi spesso non è possibile (e se lo è, non è evidentemente una scelta senza rischi). È però impossibile avere certezze assolute sulla bontà ed efficacia delle decisioni che si prendono, sul fatto che la strada intrapresa porti i risultati voluti, o che li porti per sempre. E quindi possono essere necessari aggiustamenti, cambi di rotta e di programma, o verificarsi accelerazioni da alcune parti e rallentamenti da altre.

E ogni volta, le azioni decise vanno poi perseguite con attenzione agli effetti che possono generare, ma anche con determinazione e coraggio, per evitare che una soluzione non funzioni solo perché non ci si è provato abbastanza (inevitabile, se non ci si crede).

L’importanza di un “buono” storytelling

Ecco allora svelata l’urgenza di un buono storytelling per un manager, ma non solo. L’importanza è trasversale: se non sono manager, come convinco altrimenti il mio capo, il mio AD, gli investitori, i clienti, a prendere certe strade invece che altre? Se sono un manager, in una realtà in cui comando e controllo non possono bastare, ho bisogno che le persone sappiano interpretare le decisioni prese e agire in autonomia ma con coerenza. Come li metto nella condizione di leggere il contesto e il senso delle scelte fatte e da fare senza un buono storytelling? E se, strada facendo, già so che potremmo dover cambiare direzione, oppure ci troviamo a doverlo fare per una evoluzione inattesa, che tipo di narrazione sono in grado di fare che non sia solo “bisogna farlo, l’Azienda ha deciso così, è sfidante ma possiamo farcela”? Senza storytelling, il rischio di non riuscire a promuovere lo sviluppo e la partecipazione attiva delle persone, che per reazione si rifugiano in passività o in esecuzione acritica, può essere esiziale.

*Partner di Newton Spa

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