Come creare un ambiente di lavoro felice e produttivo
Francesca Cafiero, CHO di Nieco, spiega come creare un ambiente di lavoro felice e produttivo, basato su collaborazione, inclusione e valorizzazione delle competenze individuali
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Qualcosa come 300 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali derivanti da lavoro: ansia, depressione, stress post-traumatico ed esaurimento. Il dato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità fa riferimento al 2021 e quelle sopra elencate sono le varie sfaccettature del burnout, malattia che diversi studi danno ulteriormente in crescita nel 2023. Il problema è noto ed è grave, ha un impatto molto rilevante anche sui risultati aziendali (si parla di miliardi di euro fra costi e mancata produzione economica) e fortunatamente esistono delle contromisure per ridurne gli effetti e la propagazione. La chimica positiva, la prevalenza del concetto del “noi” rispetto a quello dell’”io”, l’essere (inteso come qualità umane) prima di tutto, più dialogo e disciplina (e meno silenzi e caos) sono alcuni dei principi a cui un’organizzazione deve fare riferimento per operare e crescere mettendo fra le sue priorità il benessere dei dipendenti e la valorizzazione delle competenze.
L’assioma secondo il quale la felicità in azienda favorisce e stimola la produttività non è un concetto vuoto. Anzi, tutt’altro. E il fatto che la figura del “manager della felicità”, nata già tempo fa negli Stati Uniti, si stia pian piano si sta diffondendo anche in Italia, dove al momento vi sono 300 Chief Happiness Officer ufficialmente riconosciuti dall’Italian Institute of Positive Organization, è un buon segnale, tanto più che tali figure sono presenti anche nel tessuto delle piccole e medie imprese e non solo nelle grandi aziende. Una di queste CHO è Francesca Cafiero, 40 anni, presidente di Nieco (una realtà attiva nel campo dello smaltimento rifiuti del Centro Italia), alla quale si devono una lista di consigli utili per manager e lavoratori che credono nei principi e nel valore della felicità in azienda.
Ridurre il rischio di burnout passa da una maggiore collaborazione fra i team e dal benessere dei lavoratori: non è una ricetta nuova, Adriano Olivetti la usava più di 70 anni fa…
Certamente. Adriano Olivetti è uno dei precursori italiani rispetto a questo tema, ma in tutto il mondo ci sono tantissime aziende che adottano già da tempo questo modello come visione di impresa. In Nieco, per esempio, crediamo che la chiave per prevenire il burnout sia creare un ambiente di lavoro in cui i dipendenti si sentano ascoltati, valorizzati e parte integrante del team. Serve quindi promuovere una cultura aziendale incentrata sulla collaborazione e l’innovazione, e quindi flessibilità operativa, programmi di supporto alla salute mentale e iniziative che incoraggiano un equilibrio sano tra vita lavorativa e privata. Alla fine, un team felice e coeso non è solo più produttivo, ma anche più resiliente e innovativo.
Quali sono le criticità più grandi che oggi imprenditori e manager devono superare per fare della propria azienda un’organizzazione “felice”?

