L’Iran rischia di diventare l’Alcatraz di Trump
di Giuliano Noci
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La America First Trade Policy di Trump si annuncia “più aggressiva e imprevedibile dell’approccio adottato nel primo mandato e minaccia un’escalation protezionistica che potrebbe ridisegnare la geografia degli scambi mondiali. I lavori empirici basati sull’esperienza della prima amministrazione Trump mostrano che i dazi si sono scaricati interamente sui prezzi di acquisto, con un impatto finale di minori margini per le imprese e maggiori prezzi per i consumatori. Per Italia ed Europa si prefigurano considerevoli rischi, accanto ad alcune opportunità, in termini di quote di mercato potenzialmente contendibili nel mercato Usa liberate dal decoupling con la Cina. L’export italiano è più esposto della media Ue al mercato Usa. Tra i settori maggiormente esposti: bevande (39%), autoveicoli e altri mezzi di trasporto (30,7% e 34%) e farmaceutica (30,7%)”. Emerge da una Nota del Centro studi Confindustria sul tema.
I dazi sono uno strumento “estremamente distorsivo” e nel caso dell’Italia “ le connessioni economiche sono estremamente profonde” si legge ella nota del Centro studi Confindustria. “La nuova politica commerciale degli Stati Unit” nella quale si sottolinea che gli Usa “sono la prima destinazione extra-UE dell’export italiano di beni e di servizi e la prima in assoluto per gli investimenti diretti all’estero”. Nel 2024 le vendite di beni italiani negli Usa sono state pari a circa 65 miliardi di euro, generando un surplus vicino a 39 miliardi. Il mercato Usa ha offerto il contributo più elevato alla crescita dell’export italiano dal pre-Covid
Gli investimenti diretti dell’Italia verso gli Stati Uniti - spiega il Csc - ammontano a quasi 5 miliardi all’anno, il 27% del totale (media 2022-2023); 1,5 miliardi annui, invece, i flussi dagli Usa in Italia. Il deflusso netto di capitali è un segnale di dinamicità delle multinazionali italiane (anche grazie agli incentivi Usa), ma anche di limitata attrattività del mercato italiano per i capitali americani. Le multinazionali americane sul territorio italiano, comunque, sono le prime per numero di occupati (più di 350mila nel 2022), contribuendo per più di un quinto al valore aggiunto nazionale e alla spesa in ricerca e sviluppo. Il Csc sottolinea che “quasi tutti i settori manifatturieri italiani godono di un surplus commerciale con gli Stati Uniti”. Macchinari e impianti sono il primo settore esportatore mentre la farmaceutica è il primo settore importatore, nonostante un surplus pari quasi al doppio del valore. Altri settori che hanno un importante surplus sono gli autoveicoli e altri mezzi di trasporto e gli alimentari.
“L’export italiano - si legge - è più esposto della media Ue al mercato Usa: 22,2% delle vendite italiane extra-Ue, rispetto al 19,7% di quelle Ue. Tra i settori maggiormente esposti spiccano le bevande (39%), gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto (30,7% e 34,0%, rispettivamente) e la farmaceutica (30,7%). Viceversa, l’import italiano è meno dipendente della media Ue dalle forniture Usa: 9,9% rispetto a 13,8% degli acquisti extra-Ue. I comparti più dipendenti sono il farmaceutico (38,6%) e le bevande (38,3%), che lo sono anche dal lato dell’export. Ciò evidenzia ”la profonda integrazione di queste filiere produttive e il loro elevato rischio in caso di dazi e ritorsioni”.