Conoscete i «non-promotable tasks»? Ecco perché dobbiamo occuparcene
Gli esperimenti di Vesterlund, Babcock, Peyser e Weingart fanno luce sui compiti privi di visibilità e spesso svolti in azienda da donne
di Eva Campi *
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Lise Vesterlund, professoressa di economia all’Università di Pittsburgh, insieme alle colleghe Linda Babcock, Brenda Peyser e Laurie Weingart, ha coniato il neologismo “non-promotable task” per definire quel tipo di attività che “pur essendo importanti per la tua organizzazione, non ti aiuteranno ad avanzare nella tua carriera”. Più di un decennio fa, le quattro accademiche hanno iniziato ad incontrarsi per condividere le loro storie di frustrazione ed esaurimento, formando un circolo di ascolto e supporto, “The No Club”.
Quest’anno questa esperienza è diventata un libro, “the No Club - Putting a Stop to Women's Dead-End Work”, un manifesto, una guida che ci invita a promuovere l’equità di genere sui posti di lavoro. Ma quali sono “i compiti privi di promuovibilità” riportati nel loro libro? Troviamo piccole ricorrenze di vita quotidiana in ufficio, come portare le brioches per i colleghi in occasione di una ricorrenza, preparare il caffè o pulire il disordine nella cucina condivisa; ma anche il tutoraggio di studenti laureati, fare consulenza in alcuni comitati e rivedere gli articoli da pubblicare sulle riviste accademiche. Tutto, rigorosamente a titolo gratuito.
Assolvere a questi compiti ha rappresentato un vantaggio per l’istituzione che impiegava Lise Vesterlund e colleghe, ma le ha allontanate dal loro lavoro principale di ricerca accademica. Per far fronte alle innumerevoli incombenze, la Vesterlund ci racconta che ha iniziato a lavorare la mattina molto presto e poi, anche, tardi la sera, dopo che i suoi figli erano andati a dormire. Citando testualmente la sua intervista alla CNBC: “il lavoro non-promotable richiedeva così tante ore da parte mia, che l’unico modo in cui potevo difendere il mio tempo di ricerca e di studio era di concludere la mia giornata lavorando fino a tardi”.
Nel libro, non solo viene raccontato il viaggio personale delle quattro donne nel rendersi conto di essere state gravate in modo sproporzionato da questi compiti, ma viene messo in evidenza anche quanto sia diffuso questo problema per moltissime donne che lavorano. La loro analisi in una rinomata società di consulenza ha rilevato che le donne trascorrevano in media circa 200 ore in più all’anno, rispetto agli uomini, in lavori non-promotable; l’equivalente di un mese di lavoro, senza riconoscimento alcuno.
Quali sono i motivi di questo fenomeno e come possiamo cambiare rotta? Per scoprire il perché le donne tendano ad essere gravate da più compiti “senza visibilità”, Vesterlund, Babcock, Peyser e Weingart hanno condotto degli esperimenti osservando come vengano prese le decisioni nei gruppi di lavoro. Nello specifico, sono stati esaminati molti scenari in cui per completare un compito sia richiesto un volontario/a. Le ricercatrici hanno scoperto che in un gruppo di genere misto, le donne si propongono come volontarie il 50% in più rispetto agli uomini.

