Così il cibo vicino alla scadenza viene trasformato in business
Aumentano intermediari e punti vendita che si specializzano nel commercializzare prodotti ancora buoni e sicuri che le aziende alimentari devono smaltire per coprire (almeno in parte) i costi fissi
di Manuela Soressi
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Alfredo o’ chiatt ci mette la faccia: i video-volantini in cui propone le offerte del suo negozio di Qualiano (Napoli) spopolano sui social trasformandolo in un fenomeno virale. Il fatto è che, in modo diretto ed efficace, questo commerciante napoletano propone prodotti di marca a prezzi stracciati: un euro per i sughi Barilla e meno di due euro per una confezione famiglia di biscotti Ringo.
Alla domanda su come riesce a praticare prezzi così bassi ci risponde che non fa altro che rivendere merci “smaltite” a prezzi di realizzo dagli stessi produttori o dai grandi retailer perché a breve scadenza.
Non è l’unico a farlo, ma è tra i pochi a dirlo. Infatti la gestione delle eccedenze del settore alimentare italiano passa soprattutto da circuiti di questo tipo, anche se pochi sono disposti ad ammetterlo. «Invece all’estero ci sono insegne che spiegano con orgoglio di recuperare gli stock invenduti, contribuendo così a contrastare gli sprechi e a democraticizzare la spesa», spiega Daniele Tirelli, docente di economia internazionale all’Università di Modena-Reggio Emilia.
La strategia della Gdo
Anche in Italia questo accade ma in modo più silenzioso. La Gdo preferisce comunicare il proprio impegno no waste scontando del 30-50% i prodotti freschi vicini alla scadenza (come fanno Carrefour e Coop) anche solo nell’ultima ora di apertura (come fa Rossetto). O ancora proponendo sacchetti antispreco, come quello targato Lidl (100mila pezzi venduti in 45 giorni), o inserendosi nei box dispensa multiprodotto di Too Good To Go (100mila in 6 mesi) come hanno fatto 53 aziende di marca, da Bauli a Riso Scotti. Iniziative lodevoli ma che incidono in modo limitato sugli oltre 4 milioni di tonnellate di cibo che, secondo l’Osservatorio Waste Watcher International, vanno persi lungo la filiera alimentare, per il 36% tra industria e distribuzione.
Sprechi inevitabili?
Il fatto è che il sistema del largo consumo comporta molti rischi di eccedenze: produzioni superiori agli ordinativi realizzate per ottenere economie di scala, vendite inferiori alle aspettative (in particolare in caso di operazioni a premi, formati speciali o offerte a tempo) oppure etichette sbagliate e pack superati, ma anche acquisti esagerati fatti dai retailer solo per ottenere maggiori contributi dai fornitori. Tutte situazioni che possono generare grandi quantitativi di merce ferma in magazzino.

