Così l’Italia esporta i talenti: 2,8 milioni le italiane emigrate
Il numero di donne che hanno scelto l’estero è raddoppiato rispetto al 2006 e molte di loro sono laureate
di Maria Paola Mosca
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Italiane in cerca di opportunità. E se le opportunità sono oltre confine nessun problema, si emigra. Stando ai dati Aire (il registro degli italiani residenti all’estero) dal 2006 il loro numero è infatti raddoppiato. Rispetto al passato, poi, aumentano quelle che non partono a seguito di un partner o per riunire la famiglia, ma sono mosse da un interesse economico e da migliori occasioni di lavoro e carriera, attratte dalla maggiore valorizzazione delle competenze e del merito offerte fuori dall’Italia. Spesso giovani, molte di loro hanno un’alto grado di preparazione: gli ultimi dati AlmaLaurea disponibili (2022) dicono che il 5% di tutte le laureate lavora all’estero. Sono in particolare il 6,1% di quelle che hanno completato studi STEM.
In confronto ai flussi di emigrazione precedenti, la grande differenza non sta tanto nei numeri di quelli che partono, ma nel livello di istruzione che hanno. Da almeno 15 o 20 anni infatti lasciano il Paese un gran numero di laureati e professionisti specializzati, profili qualificati che vanno a comporre una comunità eterogenea arrivata a contare, sempre secondo l’Aire, oltre sei milioni di persone. Un incremento pari al 91%, con un picco registrato in particolare tra le donne (+99,3%) rispetto al 2006. Secondo molti le stime sono grandemente sottostimate, non essendo obbligatorio modificare la propria residenza quando ci si trasferisce fuori confine, ma i dati ufficiali ci dicono che risiedono fuori dall’Italia oltre 2,8 milioni di italiane, cioè il 48,2% del totale (dati Aire, elaborazione Migrantes, “Rapporto Italiani nel Mondo”).
Le destinazioni preferite restano gli stati europei economicamente più avanzati attrattivi non solo per i giovanissimi dal momento che i registrati Aire tra i 35 e i 49 anni sono oltre 1 milione e 300 mila nell’ultimo decennio contro i 377mila giovani tra 20 e 34 anni (dati Istat). Di questi ultimi, il 30% ha completato gli studi universitari - percentuale superiore al numero dei laureati totali in Italia nella fascia di età tra i 20 e i 39 anni.
L’Italia del XXI secolo, quindi, si conferma “fornitrice” di capitale umano: da qui partono tanti talenti dal bagaglio culturale e livello di istruzione alti. E, come tratteggiano le statistiche, sempre più donne.
Con una tra le peggiori percentuali di occupazione femminile in Europa, tassi di abbandono del lavoro alla nascita del primo figlio cospiqui e una cultura professionale che fatica a consolidare i passi in avanti in tema di parità di genere, l’Italia non è sufficientemente attrattiva da trattenere chi ha ambizioni di realizzazione. Davanti alle caratteristiche proibitive del mercato occupazionale in patria, infatti il 4,8% delle laureate del 2022 già lavora oltre confine, allettate dalle migliori possibiltà di iniziare o proseguire il percorso nel mondo del lavoro e di accumulare esperienza internazionale. «È proprio il discorso legato alla carriera- si legge nell’ultimo rapporto Migrantes - a spingere molte donne, spesso con elevate competenze professionali, a spostarsi verso Paesi con meno barriere di genere che ostacolano loro l’accesso alle posizioni di responsabilità, o ad alti livelli retributivi». Una delle cause più rilevanti della “fuga dei cervelli” allora rilsulta proprio il «mancato sostegno e valorizzazione dell’occupazione femminile», tra l’altro «una delle cause principali del calo delle nascite» commenta sempre il rapporto.

