Da Piergiorgio Welby a Dj Fabo, i casi che hanno fatto storia nel fine vita
Molti si sono rivolti alle aule dei tribunali per vedersi riconosciuto il diritto a poter dire «basta» per un dolore diventato insopportabile
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I punti chiave
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«Io oggi sono libera, sarebbe stata una vera tortura non avere la libertà di poter scegliere». Sono le ultime parole di “Anna”, nome di fantasia delle donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla morta in casa sua a Trieste dopo aver ottenuto il via libera al suicidio assistito. Un messaggio diffuso dopo il decesso - che risale al 28 novembre - dall’Associazione Luca Coscioni che ha seguito il suo caso, il primo in Friuli Venezia Giulia e anche il primo, a livello nazionale, completamente a carico del Servizio sanitario nazionale. A seguito dell’ordine del Tribunale di Trieste, infatti, sia il farmaco letale sia la strumentazione per l’autoiniezione sono stati forniti dal Ssn, mentre un medico individuato dall’azienda sanitaria, su base volontaria, ha provveduto a supportare l’azione richiesta.
Il ricorso alle aule dei tribunali
Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Dj Fabo: tre nomi, tre storie, tre persone che hanno scritto la storia del fine vita. Battaglie portate avanti - eutanasia, suicidio assistito, rinuncia all’accanimento terapeutico - tra mille ostacoli, mentre il dibattito si infiammava (e continua a farlo) dal punto di vista etico, politico, religioso. Molti si sono rivolti alle aule dei tribunali per vedersi riconosciuto il diritto al fine vita, per poter dire «basta» per un dolore diventato insopportabile. Di seguito un elenco dei casi che hanno animato il dibattito sul fine vita in Italia.
Piergiorgio Welby
Pioniere della battaglia per il diritto all’eutanasia, attivista, giornalista, politico e pittore romano e co-presidente dell’associazione Luca Coscioni. Nel 2006, affetto da distrofia muscolare, chiese che fossero interrotte le cure che lo tenevano in vita, suscitando in Italia un acceso dibattito. Militante del Partito Radicale, Welby si appellò anche all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali del 61enne di porre fine all’accanimento terapeutico, dichiarandola inammissibile. Si affaccia così, nel dibattito, l’assenza del vuoto normativo sul tema. La stessa sera, dopo aver salutato la moglie Mina, i parenti e gli amici riuniti al suo capezzale, tra i quali anche Marco Pannella e Marco Cappato, a Welby fu staccato il respiratore. Il medico anestesista che gli somministrò i sedativi fu accusato di ’omicidio del consenziente’, ma poi prosciolto.
Fabiano Antoniani
Dj Fabo, reso paraplegico e cieco da un incidente d’auto, è morto il 27 febbraio del 2017, attraverso il suicidio assistito, in una clinica in Svizzera. Il 40enne chiese aiuto a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che lo accompagnò per sottoporsi alla procedura di morte volontaria. Tornato in Italia, Cappato si autodenunciò e fu iscritto nel registro degli indagati per il reato di aiuto al suicidio, assolto nel 2019 perché il fatto non sussiste. Con la sentenza 242 del 2019, conosciuta come sentenza dj Fabo/Cappato, la Corte costituzionale ha sancito in parte l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice penale così da escludere la punibilità per chi agevoli il proposito di suicidio autonomamente.
Federico Carboni
Federico Carboni, 44 anni di Senigallia, è il primo caso di suicidio assistito in Italia: muore il 16 giugno 2022 alle 11.05. È lui stesso a svelare la sua vera identità in un video postumo. Fino a quel momento, per tutti era “Mario”, tetraplegico da 12 anni a causa di un incidente stradale. Federico è morto nella sua abitazione dopo essersi auto somministrato il farmaco letale attraverso un macchinario apposito, costato circa 5.000 euro, interamente a suo carico, e per il quale l’Associazione Luca Coscioni aveva lanciato una raccolta fondi.

