Dall’Alzheimer al cancro: i farmaci ora arrivano anche dallo spazio
Davide Marotta, direttore del programma Ricerca e Sviluppo Biomedico del laboratorio spaziale: «la microgravità accelera la ricerca medica»
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Insieme a magliette, dentrifici e altri rifornimenti essenziali per gli astronauti, ogni carico delle cosiddette Cargo Resupply Missions che arrivano alla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) contiene quattro tonnellate di scienza. Occupano metà dello spazio nella capsula e sono riservate all’Iss National Laboratory. Il “bagaglio scientifico” è fatto di esperimenti di fisica, biologia, chimica, che verranno svolti in microgravità. E ogni esperimento in biomedicina che vola sulla Stazione atterra prima sulla scrivania dell’italiano Davide Marotta, direttore del programma Ricerca e Sviluppo Biomedico del laboratorio spaziale.
Dottor Marotta, perché spingersi fino allo spazio per fare ricerca? Cosa ci dà la microgravità che la Terra non può offrirci?
Nello spazio i processi biologici accelerano, qualsiasi cosa avviene in microgravità è molto più veloce: in esperimenti con organoidi cerebrali, l’ambiente spaziale spinge le cellule verso uno stato di sviluppo più “adulto” in tempi più brevi. Inoltre, se sulla Terra la differenziazione delle cellule negli organoidi rallenta una volta formata la struttura 3D, lasciando molte cellule immature, in microgravità la differenziazione si riattiva e porta alla creazione di neuroni più maturi e completi, che si dividono meno rispetto a quelli sulla Terra, e quindi sono più stabili.
Che implicazioni ha questa accelerazione biologica nello spazio nella medicina?
Pensiamo alla medicina rigenerativa, dove il processo per creare cellule terapeutiche si basa su due fasi: si riprogrammano le cellule adulte in cellule staminali pluripotenti per poi differenziarle in cellule specializzate. Sulla Terra la differenziazione è poco efficiente: molte cellule non maturano correttamente o non risultano geneticamente stabili. In microgravità, invece, si ottengono più cellule specializzate, di qualità superiore ed eventualmente più sicure per l’uso clinico. I risultati sono incoraggianti, ma ancora in fase sperimentale, e saranno necessari ulteriori studi per garantirne sicurezza, efficacia e applicabilità su larga scala.

