Danno da microplastiche, raddoppia il rischio di infarto
Per la prima volta uno studio italiano, pubblicato sul New England Journal of Medicine, dimostra la presenza delle plastiche nella placche aterosclerotiche delle arterie. Nell’editoriale la scoperta viene definita rivoluzionaria
di Francesca Cerati
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Per la prima volta il danno causato dalle micro e nanoplastiche sulla salute umana è stato provato scientificamente grazie a uno studio italiano che ha individuato la presenza delle plastiche nella placche aterosclerotiche delle arterie. Ideato e coordinato dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” in collaborazione con vari enti, lo studio è pubblicato su The New England Journal of Medicine che, in un editoriale, definisce la scoperta “rivoluzionaria”. E che solleva una serie di domande urgenti: «l’esposizione a microplastiche e nanoplastiche può essere considerato un nuovo fattore di rischio cardiovascolare? Quali organi oltre al cuore possono essere a rischio? Come possiamo ridurre l’esposizione?», scrive l’epidemiologo Philip J. Landrigan, fondatore e direttore del Global Public Health Program del Boston College e del Global Pollution Observatory all’interno dello Schiller Institute for Integrated Science and Society, che firma l’editoriale.
Le microplastiche sono già state individuate in vari organi e tessuti umani, dalla placenta al latte materno, dal fegato ai polmoni, compresi i tessuti cardiaci.
I dati raccolti, in collaborazione con la Harvard Medical School di Boston, la Multimedica di Milano, le università di Ancona, della Sapienza di Roma e di Salerno e l’Ircss Inrca di Ancona, mostrano infatti che le placche aterosclerotiche “da inquinamento” sono più infiammate, quindi più friabili ed esposte a rischio di rottura con un aumento di oltre 2 volte del rischio di infarti, ictus e mortalità.
Lo studio ha coinvolto 257 over 65 seguiti per 34 mesi dopo un intervento di endoarterectomia alle carotidi, procedura chirurgica per rimuovere le placche che occludono i vasi, poi osservate al microscopio per valutarvi la presenza di nanoplastiche.
L’analisi «ha dimostrato la presenza di particelle di polietilene (Pe) a livelli misurabili nel 58.4% dei pazienti e di particelle di polivinilcloruro (Pvc) nel 12.5%», dichiara Giuseppe Paolisso, coordinatore dello studio e ordinario di Medicina Interna alla Vanvitelli. Questi sono due dei composti plastici di maggior consumo nel mondo, utilizzati per realizzare prodotti che vanno dai contenitori ai rivestimenti, dalle pellicole a materiali per l’edilizia. Inoltre, «l’effetto pro-infiammatorio potrebbe essere uno dei motivi per cui le micro e nanoplastiche comportano una maggiore instabilità delle placche e quindi un maggior rischio che si rompano provocando così infarti o ictus», spiega Raffaele Marfella, ideatore dello studio e ordinario di Medicina Interna alla Vanvitelli.


