Rischio Italia

Debito italiano, perché sulle sorti del BTp pesa più la Bce del dopo Draghi

In Italia la variabile voto pesa fino a 60-80 punti base, meno dei rialzi attesi da Francoforte

di Maximilian Cellino

Cottarelli: "troppo allarmismo sul debito, conviene ancora essere indebitati"

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Dieci volte tanto. Non sono solo i prezzi di certe materie prime energetiche ad aver subito un aumento di tale portata nel giro di 12 mesi: anche i costi del Tesoro per emettere il debito italiano sono lievitati in misura simile. Il tasso medio per le aste effettuate nei primi otto mesi di questo 2022 è infatti stato in media dell’1,07% ed è quindi più che decuplicato rispetto all’appena 0,10% dello scorso anno.

Non che ci si potesse aspettare una conferma in questo senso, perché è apparso chiaro fin da subito che le condizioni propiziate dalle politiche ultra-espansive della Bce per affrontare la pandemia avrebbero reso irripetibili le cifre del 2021. Ma è altrettanto evidente che pure il «rincaro» degli ultimi mesi fosse in gran parte inatteso, quantomeno nella sua misura. E quando si vanno a cercare le ragioni non si può neppure fare a meno di notare come il movimento al rialzo dei tassi sovrani sia stato diffuso in tutto il mondo e legato all’inversione a «u» eseguita dalle Banche centrali.

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A dimostrarlo sono anzitutto i rendimenti dei titoli di Stato ritenuti free risk: quel Treasury Usa che sulla scadenza decennale viaggia adesso al 3,27% rispetto all’1,5% a cui aveva debuttato nel 2022, ma soprattutto in chiave europea il Bund tedesco balzato ormai all’1,57% rispetto a un tasso addirittura negativo dello 0,18% a fine 2021. Anche i nostri BTp non hanno potuto far altro che salire: questa settimana il tasso sui dieci anni si è riaffacciato oltre la soglia del 4%, ha più che triplicato i valori di inizio gennaio e la sua corsa non sembra per il momento destinata ad arrestarsi, al pari di quella dei concorrenti.

È infatti in primo luogo la stessa Bce a spingere indirettamente al rialzo i tassi obbligazionari, preparandosi a una serie di strette monetarie più aggressive di quanto ci si attendesse soltanto qualche settimana fa per abbassare la febbre a un’inflazione che nel mese in corso sembra addirittura in grado di raggiungere la doppia cifra nell’area euro. Giovedì prossimo l’Eurotower potrebbe aumentare il costo del denaro di almeno 75 punti base dopo i 50 punti effettuati a luglio per la prima volta da 11 anni, ma la sua corsa sembra proprio destinata a non arrestarsi qui e i mercati stanno rapidamente prendendo le misure.

In un contesto del genere i rischi specifici del nostro Paese si sono certo ampliati, per le note vicende politiche che hanno portato alle elezioni del prossimo 25 settembre e anche perché la stessa Banca centrale ha nel frattempo concluso quei programmi di acquisti di titoli, essenzialmente di Stato, che avevano sostenuto le quotazioni dei Paesi della «periferia» d’Europa. L’effetto combinato si è inevitabilmente tradotto in un generale allargamento dello spread fra BTp e Bund: il tradizionale barometro della tensione che aleggia sul nostro Paese è salito di circa 100 punti base da inizio anno, venerdì ha terminato a quota 237 e, pur mantenendosi su livelli superiori alla media degli ultimi tempi, non ha raggiunto livelli critici visti in un passato non troppo lontano.

Anche se l’impatto del cosiddetto rischio Italia sul tasso del BTp decennale risulta al momento inferiore a quello dovuto al rialzo generalizzato dei rendimenti obbligazionari chiusi nella morsa inflazione-Bce, sarebbe un errore pensare che i mercati abbiano messo da parte le vicende specifiche legate al nostro Paese. In uno studio appena pubblicato, Eric Oynoyan e Lorenzo Testa di Morgan Stanley puntano l’attenzione sul voto ormai alle porte tracciando due differenti scenari a seconda del loro esito e delle politiche fiscali che saranno adottate dal nuovo esecutivo: la vera discriminante agli occhi dell’Europa e dei mercati.

Se il Governo che uscirà dalle urne il 25 settembre dovesse adottare una politica espansiva e aumentare del 2% il disavanzo primario, avvertono gli analisti, potrebbero verificarsi «ulteriori pressioni di vendita sui BTp che potrebbero spingere lo spread sul Bund temporaneamente oltre il limite superiore dell’intervallo attuale, forse a circa 260-270 punti base, prima di una successiva stabilizzazione al ribasso». Morgan Stanley cita in effetti anche alcuni fattori di supporto per i nostri titoli, che vanno dalla ridotta esposizione dei sottoscrittori esteri all’opportunità di acquisto che un tasso elevato e oltre il 4% rappresenterebbe per gli investitori, banche italiane in prima fila.

Una politica fiscale in continuità con quella attuata finora dal Governo Draghi, senza cioè ulteriori misure fiscali espansive, potrebbe invece secondo la banca d’affari favorire «un graduale spostamento verso l’estremità inferiore dell’intervallo di trading prevalente da metà giugno, ovvero 195-200 punti base». Tra le due ipotesi vi sarebbe insomma una differenza compresa fra i 60 e gli 80 punti base che non va sottovalutata, ma che rischia di essere inferiore al potenziale rincaro dei tassi determinato da politiche monetarie più aggressive per combattere l’inflazione.

«Ai premi di rischio correnti riteniamo che gli investitori siano equamente compensati dai rischi derivanti dall’elevato onere del debito pubblico italiano e dai ricorrenti episodi di incertezza politica», conferma Matteo Ramenghi, capo degli investimenti di Ubs Gw in Italia, che teme una deriva dello spread anche oltre i 300 punti solo in uno scenario peggiore «di una recessione più profonda in Europa e una conseguente ulteriore pressione fiscale, o una prolungata incertezza dopo le elezioni». In questo caso non servirebbe neanche invocare lo scudo anti-spread della Bce, probabilmente riluttante ad avviare il Tpi (Transmission protection instrument) appena varato per vicende così specifiche.

L’Eurotower si attiverebbe «solo se i rendimenti a breve termine dovessero salire a livelli di stress», segnala Ramenghi, che individua come ipotetica soglia di dolore uno spread che sulla scadenza dei due anni dovesse più che raddoppiare a 200-250 punti base rispetto agli attuali 100. Il Tesoro, da parte sua, si è già portato avanti con l’opera di rifinanziamento del debito italiano raggiungendo il 70% delle emissioni previste quest’anno. Ma da gennaio la sua strada, in salita, è necessariamente destinata a riprendere e sarebbe opportuno non aggiungere altri ostacoli oltre a quelli già piazzati dall’inerzia dei mercati globali.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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