Decreto Genova, i 3 motivi per cui non c’è ancora
di Maurizio Caprino
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Dieci giorni fa il premier Giuseppe Conte mostrava in piazza alcuni fogli. Era una bozza del decreto legge per Genova, esibita per dimostrare che nella seduta del Consiglio dei ministri del giorno prima si era deciso qualcosa di concreto per ricostruire il Ponte Morandi e aiutare la città a risollevarsi dopo il suo crollo. Ma finora, a 40 giorni dalla tragedia, il provvedimento non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Perché?
I problemi sono fondamentalmente in due scelte da fare: quella su chi deve ricostruire il ponte e quella del commissario delegato alla ricostruzione e dei poteri da conferirgli.
1. La guerra delle qualifiche
Su chi debba ricostruire il braccio di ferro è in corso già da quando c’erano ancora vittime da recuperare sotto le macerie. Tanto che già il 18 agosto, nella conferenza stampa che seguì di poche ore i funerali di Stato, l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi) sparò molto alto: non solo disse di aver già contattato le migliori imprese italiane che avevano già quasi pronto un progetto, ma aggiunse che l’appalto si sarebbe potuto fare anche senza gara, sfruttando il meccanismo dei lavori in house, per il quale il settore autostradale gode di una deroga rispetto alle regole del Codice degli appalti: affidamento diretto a un’azienda dello stesso gruppo di Aspi (la Pavimental), che avrebbe subappaltato alle altre imprese.
Castellucci, a precisa domanda degli increduli giornalisti che conoscono la Pavimental come un’azienda che in proprio esegue solo asfaltature, rispose che aveva la qualifica anche per costruire ponti e, in generale, intere strade. Consegnandole “chiavi in mano” al committente. Era tutto vero, anche se a memoria degli addetti ai lavori non era mai successo che Pavimental si avvalesse di questa sua qualifica.
