Italia: la dissalazione come soluzione alla crisi idrica
Dissalatori, nelle isole prezzo dell'acqua crollato da 16 a 1,5 euro. Italia indietro rispetto alla Spagna con solo 40 impianti piccoli. Il settore agricolo non ricorre in alcun modo all’utilizzo di acqua dissalata
di Giovanna Mancini
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I punti chiave
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«In Italia servirebbe uno strumento programmatico, che inserisca la dissalazione tra le soluzioni di un sistema integrato di approvvigionamento idrico. Invece, assistiamo da anni proposta di idee, da parte delle amministrazioni e delle utility nei periodi di maggiore siccità, che poi stentano a diventare progetti concreti». A tracciare per il Sole 24 Ore una fotografia della dissalazione nel nostro Paese, attraverso un Position paper realizzato ad hoc, è Pietro Tota (video) , country manager per l’Italia di Acciona Agua, la divisione del gruppo spagnolo Acciona specializzata nel settore del ciclo idrico integrato e tra i leader mondiali nel settore della dissalazione, con oltre 90 impianti a osmosi inversa costruiti in tutto il mondo, presente nel nostro Paese dal 2000.
Nonostante sia circondata dal mare, e nonostante i problemi sempre più frequenti di scarsità idrica che affliggono soprattutto un settore cruciale per la nostra economia, l’agricoltura, l’Italia non ha finora investito quanto potrebbe sullo sviluppo dei dissalatori. Lo dimostra il confronto non tanto con Paesi del Medio Oriente – dove per evidenti motivi geografici e climatici questo sistema di prelievo idrico è da anni la soluzione prevalente – quanto quello con un Paese vicino e simile al nostro come la Spagna, quarta nazione mondiale per produzione di acqua dolce da acqua salata, con 765 impianti che in totale producono ogni giorno oltre 5 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata. Di questi, 99 sono infrastrutture di grande capacità, in grado cioè di produrre dai 10mila ai 250mila metri cubi di acqua al giorno.
Ebbene: in Italia il più grande dissalatore a oggi funzionante è quello (a uso industriale) della raffineria Sarlux di Saras, a Sarroch in Sardegna, realizzato dalla stessa Acciona in appena 9 mesi ed entrato in funzione nel 2018, la cui capacità è di appena 12mila metri cubi al giorno. Nel 2006 era entrato in funzione quello (a uso potabile) di Reggio Calabria, con una capacità di 18mila metri cubi, ma oggi l’impianto è fermo. Così come è attualmente non funzionante la stragrande maggioranza (l’80%) dei circa 40 dissalatori attualmente presenti tra Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia e Sardegna, tutti di taglia medio-piccola. È perciò del tutto teorica la loro capacità di produzione complessiva, pari a 17,8 milioni di metri cubi l’anno, ovvero una capacità media di circa 2mila metri cubi al giorno. «Duemila metri cubi contro i 5 milioni della Spagna – sottolinea Tota –. Senza contare che la maggioranza di questi impianti, il 71%, è attiva in ambito industriale, pochi sono i dissalatori a uso potabile, il 29%, e nessuno è usato a scopo irriguo, sebbene in Italia si utilizzi moltissima acqua proprio per l’agricoltura».
Due i progetti attualmente in corso: uno promosso da Amap, a Palermo, e uno da Acquedotto Pugliese a Taranto, che sarà il più grande di’Italia con una capacità di 55.400 metri cubi al giorno.
Una visione di lungo periodo
«È importante uscire da una logica emergenziale, per trattare questo tema con un respiro di lungo periodo», osserva Jose Diaz-Caneja, ceo di Acciona Agua. Le cose in effetti stanno cambiando anche in Italia, come dimostrano i provvedimenti introdotti dal recente Decreto siccità, tra cui la nomina di un commissario straordinario all’emergenza idrica, Nicola Dell’Acqua, e l’approvazione di norme che semplificano gli iter autorizzativi per la realizzazione dei dissalatori. La crisi idrica crescente ha infatti aumentato l’interesse di governi e amministrazioni locali nei confronti di queste infrastrutture, che grazie alle nuove tecnologie hanno negli anni ridotto l’impatto energetico e ambientale che in passato ha rappresentato un ostacolo alla loro realizzazione.
