Le nomine

Donatella e Demna, un addio e un arrivo: basteranno a sostenere il rilancio di Versace e Gucci?

Le nuove nomine destano interrogativi sulla direzione del nuovo corso degli storici marchi: un percorso forse doppio per Versace, Gucci punta su un linguaggio radicalmente distante in cerca di un nuovo “cool factor”

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Non c’è proprio tregua nella moda. Si è giusto conclusa la fashion week parigina, ed è già giornata calda di ulteriori nuovi movimenti. Da Versace, Donatella Versace, personificazione stessa dell’ethos dionisiaco, neobarocco e sfrenato del marchio, cede il posto di comando a Dario Vitale, che invece viene da Miu Miu, dove ha diretto stile e immagine: un luogo in cui la seduzione è cruda, e con la moda si gioca liberamente.

Versace al confronto è un sistema estetico chiuso, legato come è al cliché della seduttrice predatrice. Si direbbe un cambiamento epocale, ma l’annuncio ha un che di democristiano, perché Donatella - che alla guida è stata alla fine più del fratello Gianni, dal quale ha ereditato tutto, e che nel percorso ha assunto il ruolo di icona nell’immaginario della moda e popolare, diventando essa stessa manifestazione del versacismo - mantiene il ruolo, non chiaro, di Chief Brand Ambassador. Cosa vorrà dire? Quale visibilità le sarà riservata? Questi interrogativi non hanno al momento risposta, ma sono cruciali, perché aprono la doppia prospettiva del nuovo corso intero, o del nuovo corso a metà. Ci si chiede anche se sia una decisione che rallenta la vendita o la accelera.

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La sfilata di Balenciaga, domenica, era parsa un preludio, svogliato, alla uscita di scena, e infatti Demna è adesso diretto da Gucci. La nomina mette finalmente a tacere mesi di speculazioni, per lo più balzane, e il susseguirsi surrettizio, nelle fantasie predittive degli inarrestabili commentatori da social, di tutti i nomi possibili: personaggi che di certo saranno stati contattati e intervistati, anche se poi Kering, la compagnia madre, ha attinto al proprio bacino interno, avendo in effetti a disposizione un fuoriclasse.

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Sul talento di Demna e la sua capacità di catalizzare il momento non ci sono discussioni, ma i dubbi sulla sua capacità di reinventare un linguaggio radicato nel lavoro di Martin Margiela sono legittimi, e gli ultimi anni di Balenciaga lo hanno dimostrato. A tutta prima lo stile di Demna, così duro, espressionista, sta sul tavolo tutto morsetti e Savoy di Gucci come i cavoli a merenda, ma lo stesso si poteva dire di Alessandro Michele, e fu successo. La decisione sembra il frutto di un bisogno spasmodico di recuperare il cool factor e di generare dibattito. Basteranno? Presto per dirlo.

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