Lo scenario

Ecco perché il gas costa meno ma il caro energia rimane una sfida

Prezzo ancora quadruplo rispetto alla media storica ed è allarme sui carburanti. Stoccaggi record e Gnl ancora abbondante spengono i timori sul mercato, ma i rischi non sono scomparsi

di Sissi Bellomo

(Ansa)

3' min read

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Il Generale Inverno stavolta non si è schierato con la Russia e sul fronte dell’energia l’Europa ora può tirare un sospiro di sollievo: grazie soprattutto alle temperature miti, quasi sempre e quasi ovunque sopra la media stagionale, i prezzi del gas si sono ridotti di quasi due terzi dall’inizio dell’anno termico, partito ufficialmente il 1° ottobre, scendendo sotto 70 euro per Megawattora. La discesa – ancora più impressionante se si guarda ai picchi record di agosto, sopra 340 euro al Ttf – ha avuto un effetto benefico anche sui prezzi dell’elettricità, che sui principali mercati all’ingrosso del Vecchio continente hanno ripiegato su valori medi inferiori a 200 MWh.

Ma vincere la battaglia d’inverno (ammesso poi che la vinciamo davvero, visto che la primavera non è proprio dietro l’angolo) non significa che la crisi energetica è ormai definitivamente alle spalle, né tanto meno che l’inflazione è già stata sconfitta.

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Le tensioni (che non scompaiono)

Le tensioni sui prezzi all’origine – e dunque su quelli al consumo – sono tutt’altro che scomparse. Il gas scambia comunque tuttora a quotazioni quadruple rispetto alla media storica. E i mercati petroliferi non promettono nulla di buono: dopo il tonfo di inizio anno il greggio ha messo in fila sei sedute consecutive di rialzo, una sequenza positiva che non si era più vista da febbraio dello scorso anno, quando le truppe russe invadevano l’Ucraina. Il Brent è risalito vicino a 85 dollari al barile, il Wti sopra 78 dollari e rischiano di apprezzarsi ulteriormente con la riapertura dopo i lockdown in Cina e l’ormai prossima estensione dell’embargo Ue anche ai carburanti russi, in vigore dal 5 febbraio.

I rincari dei carburanti

I rincari alla pompa – esacerbati in Italia dal ripristino delle accise, ma visibili ovunque in Europa – potrebbero essere solo un primo assaggio di quanto ci aspetta: Mosca era (ed è tuttora) il nostro maggior fornitore di gasolio, combustibile per cui non siamo autosufficienti e che ora dovremo importare da luoghi più lontani, con costi di trasporto più elevati, e mettendoci in competizione con altri acquirenti.

La concorrenza rischia peraltro, prima o poi, di diventare agguerrita anche per il Gnl: il gas liquefatto, con cui abbiamo sostituito (a caro prezzo, ma senza possibili alternative) la maggior parte del gas russo che un tempo ci arrivava via tubo. A conti fatti nel 2022 le navi metaniere hanno recapitato nell’Unione europea 101 milioni di tonnellate di Gnl secondo Refinitiv, che una volta rigassificati sono circa 137 miliardi di metri cubi di gas: volumi in crescita di quasi il 60% rispetto al 2021 e paragonabili a quelli che all’epoca compravamo da Gazprom.

Per il momento va tutto liscio. Anche se al Ttf ora il gas vale meno che sul mercato asiatico, le navi non stanno cambiando rotta in massa (la settimana scorsa secondo Kpler il 68% dei carichi Usa puntava ancora verso l’Europa) e la disponibilità di Gnl risulta tuttora molto abbondante, specie se confrontata con il fabbisogno di gas del continente, limitato a causa del meteo, dei minori consumi industriali e di recente anche dal periodo di festività, che addirittura in molti Paesi, tra cui la Germania, ha consentito tra Natale e Capodanno di effettuare iniezioni anziché prelievi dagli stoccaggi: un evento davvero eccezionale nel pieno dell’inverno.

Gli stoccaggi

A livello europeo i depositi sono ancora pieni all’83% secondo i dati Gie, contro un livello medio del 65% in questo periodo negli ultimi cinque anni. Nei prossimi giorni è atteso un calo delle temperature, ma ormai lo spettro di carenze e razionamenti non fa più paura a nessuno. Il mercato non si è spaventato nemmeno di fronte all’ennesimo calo delle forniture da Gazprom, sospettandolo legato a una riduzione delle nomine più che alla volontà di Mosca di infliggerci ultetriori tagli. Via Ucraina, la rotta di approvvigionamento dell’Italia, da oltre una settimana arrivano dalla Russia solo 35 milioni di metri cubi al giorno, invece dei 42 milioni cui eravamo abituati da mesi. Intanto si sono ridotti del 20% (a 23,4 mcm) anche i flussi nel TurkStream, gasdotto che serve la Turchia e i Balcani. Ma nessuno scruta più con ansia il livello delle importazioni di gas: gli analisti si sono ormai convinti che qualunque cosa accada arriveremo alla primavera con scorte ancora molto elevate, probabilmente oltre il 50% se non addirittura al 70% della capacità.

Secondo John Kemp, analista di Reuters, i depositi troppo pieni potrebbero addirittura metterci in difficoltà quando spegneremo i termosifoni, dunque è possibile che i prezzi del gas continuino a scendere «per incoraggiare maggiori consumi, scoraggiare la produzione e rallentare l’import», indirizzando verso l’Asia il Gnl che altrimenti non sapremmo dove mettere. Tutto questo non significa però che l’orizzonte si sia sgombrato per sempre dalle preoccupazioni. La quiete da un momento all’altro rischia di essere di nuovo turbata dalla tempesta.

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