Violenza sulle donne

"Effetto Codice rosso": in 5 anni raddoppiano i centri per uomini autori di violenza e quadruplicano gli utenti

Pubblicata la seconda indagine nazionale che contiene una mappatura dei centri e un’analisi delle pratiche. L’aumento degli utenti deriva soprattutto dall’invio dell’autorità giudiziaria e del Questore

Scritte con gessetti e lumini accesi in ricordo di Giulia Cecchetin e contro la violenza sulle donne in piazza Castello. Torino 22 novembre 2023 ANSA/TINO ROMANO

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Aumenta il numero dei centri che si occupano degli uomini autori di violenza, aumentano gli uomini che si rivolgono ai centri, ma restano alcuni nodi cruciali da sciogliere. Un passaggio importante dopo l’intesa Stato-Regioni dello scorso anno sui requisiti minimi che permettono l’accesso ai fondi pubblici per i Cuav (centri per uomini autori di violenza), è la seconda indagine nazionale appena pubblicata, da cui emerge che i centri passano dai 54 di 5 anni fa a 94 di fine 2022 e, considerando le sedi secondarie, la loro presenza è più che raddoppiata, passando da 69 a 141 punti di accesso totali su tutto il territorio.

Complessivamente, nel corso del 2022, sono 4.174 gli uomini che hanno frequentato i Cuav, per una media di 45,9 uomini a centro, erano 1.214 nel 2017 con una media di 26,4 uomini a carico. In cinque anni l’incremento dei centri sul territorio nazionale si è quindi tradotto in una loro maggiore capacità di intercettare una domanda crescente. «Migliorano l’accessibilità e la capillarità sul territorio – commenta il sociologo Pietro Demurtas, che ha coordinato l’indagine – sono aumentati tantissimo gli accessi di uomini che erano già entrati in contatto con altri servizi, a riprova dell’importanza dell’integrazione dei Cuav nelle reti territoriali. Un dato interessante è che questo aumento è legato soprattutto agli ingressi su invio, ad esempio dell’autorità giudiziaria o del Questore, mentre risulta in calo la proporzione di coloro che arrivano spontaneamente».

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Il nodo della motivazione

La ricerca, frutto di un accordo di collaborazione tra l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr e il Dipartimento per le Pari Opportunità, mostra infatti che l’ingresso al centro avviene raramente in maniera spontanea, modalità che accomuna solo il 10% degli uomini presenti nel 2022 (erano il 40% nel 2017, ma il numero assoluto è rimasto pressoché stabile). La decisione di fare ingresso in un Cuav deriva per il 32% degli uomini da consigli e raccomandazioni formulate dai professionisti con cui sono entrati in contatto, generalmente avvocati (erano solo il 10% del totale 5 anni fa). Il 20,3% è stato inviato al Cuav dall’autorità giudiziaria (dall’11% del 2017), il 13,3% dal questore (dallo 0,2%) e il 24,5% da altri operatori dei servizi specializzati e generali presenti sul territorio. In questi 5 anni, infatti, sono intervenute nuove norme, a partire dal Codice Rosso che prevede l’invio degli autori di violenza al Cuav e si è diffuso l’ammonimento del Questore, previsto dal protocollo Zeus per prevenire le recidive, che prevede a sua volta l’invio ai centri.

«La più stretta connessione tra i Cuav e il sistema penale, sul fronte dell’aumento degli accessi, è certamente un dato positivo perché permette ai centri di intercettare e di agganciare un elevato numero di soggetti che altrimenti non avrebbero mai intrapreso un percorso di cambiamento – ragiona Demurtas -. Questo pone però una serie di domande sulla motivazione di questi uomini a lavorare su di sé e prendere consapevolezza delle violenze commesse e sul lavoro che si può realisticamente fare. Sappiamo infatti che minore è la motivazione e maggiore il rischio di drop-out. In questo senso, le modifiche introdotte con il codice rosso rappresentano un’importante sfida per il lavoro delle operatrici e degli operatori dei Cuav». Non sempre, infatti, gli uomini portano a termine i percorsi concordati. Sono state registrate interruzioni anticipate nel 75% dei Cuav, in alcuni casi a seguito di una decisione concordata con l’equipe e più spesso senza alcun preavviso.

Centri più integrati con la rete territoriale

Rispetto alla prima indagine di cinque anni fa, segnali positivi emergono sia sul fronte della collaborazione con la rete antiviolenza sul territorio (come previsto dall’intesa Stato-Regioni e come da raccomandazioni del Consiglio d’Europa), fondamentale per il buon funzionamento dell'accoglienza sul territorio, che l’aspetto chiave della valutazione del rischio. L’incidenza dei Cuav che aderiscono a una rete territoriale antiviolenza (formate per più della metà dai centri antiviolenza, dalle Questure, dagli enti locali, dalle Asl) è aumentata infatti dal 58% nel 2017 al 68% nel 2022, si segnala però ancora un 16% dei Cuav che non collabora con i centri antiviolenza. Aumenta anche l’adozione di misure sistematiche per la valutazione del rischio, che secondo gli studi promossi dal Consiglio d’Europa costituisce un requisito minimo di centrale importanza per il buon funzionamento dei programmi dedicati agli autori di violenza. I Cuav che realizzano la valutazione del rischio sono l’80% del totale, a fronte del 69% di cinque anni fa. C’è da dire, però, che il 45% dei Cuav adotta protocolli validati a livello nazionale o internazionale mentre il 35% utilizza procedure interne.

Il punto chiave del 'contatto partner'

Una delle critiche più dure avanzate dai centri antiviolenza e da altri attori coinvolti nei confronti dell’intesa Sato-Regioni sui Cuav riguardava il cosiddetto 'contatto partner', ovvero la previsione che il Cuav potesse contattare la donna vittima di violenza. Un atto che ha fatto temere una nuova responsabilizzazione della donna della violenza subita e una forma mascherata di mediazione, che la stessa Convenzione di Istanbul vieta. I Cuav, dal canto loro, hanno sempre sottolineato che il contatto con la vittima sarebbe funzionale proprio al mettere lei e le sue esigenze al centro. Secondo quanto emerge dall’indagine, il contatto partner è ampiamente diffuso (riguarda il 66% dei Cuav), sebbene in cinque anni sia sensibilmente aumentata la proporzione dei Cuav che dichiara di non effettuarlo (passati dal 27% al 34%). Secondo quanto dichiarato dai centri, il contatto partner viene effettuato principalmente ai fini della valutazione del rischio (57% dei Cuav), ma anche per informare le donne della possibilità di rivolgersi a un centro antiviolenza presente sul territorio (46%). Nell’81% dei Cuav, l’accettazione da parte dell’uomo a fornire il contatto della partner è precondizione per l’avvio del trattamento. Spesso il contatto con le partner avviene all’inizio del trattamento (82%) e in specifiche situazioni di rischio (81%), mentre il 66% dei Cuav lo realizza anche alla fine del trattamento.

Più centri al Nord. Prevalgono finanziamenti pubblici

L’indagine realizzata dall’Irpps racconta anche la distribuzione sul territorio, con le regioni del Sud che registrano un incremento maggiore nell’attivazione di nuovi centri, che tuttavia compensa solo in parte lo svantaggio osservato cinque anni prima, con il Nord che registra la maggiore concentrazione di strutture. Le possibilità di accesso degli uomini autori di violenza a un percorso di cambiamento varia ancora notevolmente a seconda del territorio, sottolinea la ricerca che si concentra anche sulle figure professionali coinvolte, sull’approccio seguito (psicoterapeutico, criminologico, basato sul genere o psico/socio-educativo) ma anche sulle fonti di finanziamento, tra cui prevale quella pubblica. Nel corso del 2022 il 69% dei Cuav ha partecipato a bandi di enti pubblici e il 18% ha stipulato convenzioni. Altri fondi sono ottenuti attraverso la partecipazione a bandi di enti privati (19%), ma anche mediante le donazioni di cittadini (24%) ed enti privati (11%). Infine, per una quota rilevante dei Cuav (il 41%) la sostenibilità delle attività beneficia del corrispettivo economico richiesto agli uomini per accedere ad alcune prestazioni offerte.

L'attenzione è alta anche con i progetti in carcere

Oltre ai centri, sul tema degli autori di violenza va segnalata anche l'attività dell’Osservatorio permanente sull’efficacia delle norme in materia di violenza domestica del ministero della Giustizia, che nel corso degli ultimi mesi ha accelerato il passo per individuare soluzioni più efficaci, parallelamente dall'aumento dei reati di questo tipo. Negli istituti penitenziari ad oggi sono attive 40 sezioni protette per autori di reati cosiddetti di riprovazione sociale.Con il Codice rosso, poi, è stata estesa la possibilità di seguire un trattamento psicologico con finalità di recupero e sostegno a tutti i condannati per violenza sessuale e per i reati di maltrattamenti su familiari e conviventi ed atti persecutori. I fondi sono stati stanziati per la prima volta con le legge di bilancio del 2020. Mentre, sul tema chiave della valutazione del rischio, sono ancora poche le esperienze concrete in carcere: il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha promosso l’ampliamento della sperimentazione degli strumenti di valutazione del rischio, a partire dall’HCR -20, (già sperimentato in cinque strutture). Presso 8 Istituti è in corso il progetto di ricerca-intervento Re-Start, promosso dal Cipm- Centro Italiano per la promozione della mediazione penale, per testare scientificamente nel contesto italiano l’efficacia di Static 99 R e e Stable 2007. E’ stato anche realizzato il progetto Protect : “Prevention, assessment and treatment of sex offenders. network to exchange good practises and development innovation and EU level,”finanziato nell’ambito del bando Rights,Equality and Citizenship Programme 2 Responsible Unit Just 04.

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