Essere multitasking rappresenta davvero un’evoluzione per l’essere umano?
Sempre più sp esso dedichiamo alle persone e alle cose di cui ci stiamo occupando una forma superficiale e frammentata di attenzione
di Gianluca Rizzi *
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Qualche giorno fa, durante una videocall, nelle battute iniziali, quelle solitamente dedicate ai “come stai” e “come va”, una persona mi ha detto di vedermi pensieroso. E gli ho risposto: “In realtà ero solo molto concentrato, come non mi capitava da tempo!”. Effettivamente durante le ore precedenti a quel momento, per qualche strana congiuntura astrale, avevo sperimentato una condizione di raccoglimento e una sensazione di concentrazione profonda su quanto stavo facendo che davvero mi ha sorpreso tanto per la piacevolezza quanto per la rarità con cui oramai si manifesta.
Sì, è vero, sembra diventato una specie di ritornello, di quelli buoni per le cosiddette chiacchiere da bar: “facciamo troppe cose insieme, fatichiamo a concentrarci, veniamo continuamente interrotti da telefonate, mail e notifiche, gli smartphone sono irresistibili con tutte le loro tentazioni, ecc.”. Siamo forse anche assuefatti a questo tipo di considerazioni perché le abbiamo pronunciate e sentite talmente tante volte da darle per scontate, ma questo di per sé ne constata la sostanziale verità oltreché importanza.
In un libricino di poche pagine ma estremamente dense intitolato “La società della stanchezza”, il filosofo coreano Byung Chul Han, considerato tra i più interessanti e influenti dell’epoca contemporanea, riflette in senso più ampio sul valore terapeutico di un certo tipo di stanchezza. Nel libro approfondisce molti temi per sostenere la propria tesi e quello che in particolare mi ha colpito è il senso attualissimo di alcune considerazioni formulate ben 10 anni fa su una questione specifica: quella dell’attenzione.
Era il lontanissimo 2012 quando il libro veniva pubblicato e non eravamo ancora stati del tutto travolti dalla presenza quasi totalizzante dello smartphone nelle nostre esistenze. Sperimentavamo già un certo grado multitasking nelle nostre giornate (e non solo) ma nulla di paragonabile a quello che accade oggi. Eppure, già all’epoca Byung Chul Han sosteneva che la “tecnica del tempo e dell’attenzione detta multitasking” non fosse una novità bensì una modalità già ben nota nel regno animale nel quale il singolo esemplare è costretto, per ragioni evidenti di autotutela e sopravvivenza, a tenere un livello di attenzione superficiale ma ampio intorno a sé per sorvegliare la prole e rilevare i potenziali pericoli.
Byung Chul Han lo considerava quindi un regresso, un passo indietro nella misura in cui riportava l’essere umano allo stato di natura ovvero a una condizione orientata al sopravvivere più che al vivere. Quello che probabilmente sempre più spesso sperimentiamo è il fenomeno della “iper-attenzione”, secondo un’espressione usata proprio da Byung Chul Han, ovvero una forma superficiale e frammentata di attenzione che dedichiamo alle persone e alle cose di cui ci stiamo occupando.

