Consumi fuori casa

Fenomeno piatti pronti, così saltano i confini tra negozi e ristoranti

La vendita di pasti ready to eat venduta nel retail in Italia è cresciuta negli ultimi anni del 15% secondo Circana: per ora riguarda solo il 3,5% (2,5 miliardi) del mercato, ma è destinata a salire come in Francia dove è già al 6,8%

di Emiliano Sgambato

Sempre più cibi pronti per il consumo immediato vengono venduti nei supermercati, che a volte siglano intese con società di ristorazione

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Diventano più indefiniti i confini tra ristorazione e supermercati o altri punti vendita che mettono a disposizione dei clienti cibo pronto per il consumo immediato: le vendite nei canali retail dei “ready to eat” – nel senso più stretto del termine, cioè i cibi che non devono essere cucinati, riscaldati o altro prima di essere mangiati sul posto, in ufficio oltre che, naturalmente, a casa – sono infatti in crescita.

Ready to eat in crescita, Italia sotto la media Ue

Secondo Circana, il «retail ready to eat» detiene una quota del 3,5% sul totale del mercato foodservice. Che in valore assoluto vuol dire 2,5 miliardi di euro, con una crescita del 15,3% rispetto al 2017 nell’anno terminante a giugno 2024. Si tratta di un dato più basso rispetto alla media europea, che si attesta al 5,5%, e dove è la Francia a registrare la quota di mercato maggiore (6,8%) seguita da Uk (6,6%) e Germania (5,8%), anche se è la Spagna (quota del 4,2%) a essere cresciuta di più negli ultimi anni (+20,7%). Un trend più diffuso in Europa che in Italia, quindi, ma che forse proprio per questo ha maggiori potenzialità di sviluppo anche nel nostro paese: «Il consumo immediato – commenta Edurne Uranga, vice presidente Foodservice Europe di Circana – rappresenta un grande bacino in cui il retail sta cercando di aumentare la sua quota, poiché rappresenta un business incrementale. Questo fenomeno si sta verificando in tutto il mondo».

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I consumatori cercano sempre più opzioni pronte al consumo vicine e accessibili, non solo nei punti vendita “classici”. «I pasti pronti acquistati presso negozi e supermercati, un tempo considerati un’opzione secondaria, stanno diventando concorrenti di bar e ristoranti. I consumatori non sono più legati alle categorie tradizionali, ma prendono decisioni basate sull’accessibilità, sul valore e sull’esperienza, a prescindere che provengano», osserva Uranga.

In Europa, sempre secondo Circana, la ristorazione, con o senza servizio al tavolo, ha visto la propria quota di mercato nel fuori casa scendere dal 79% nel 2021 al 77% alla fine di giugno 2024, mentre i canali «non commerciali» (retail assieme a distributori automatici, stazioni di servizio, servizio a bordo ecc) hanno registrato una crescita, passando dal 21% al 23 per cento.

Le due facce dell’ibridazione tra retail e ristorazione

Si tratta di un trend che favorisce l’integrazione e l’ibridazione tra retail e ristorazione, «con supermercati che ora offrono servizi di ristorazione con consumazione sul posto», e «distributori automatici di prodotti da forno, salad bar e linee di cibi caldi che rendendo sempre più indefiniti i confini tra retail e foodservice», osservano i ricercatori. I retailer stanno traendo beneficio da questa tendenza, «espandendo la loro offerta di pasti freschi e cucinati». Ma allo stesso tempo, «le catene della ristorazione stanno esplorando nuovi modi per coinvolgere i clienti, incluse collaborazioni con gli stessi retailer e lo sviluppo di proprie linee di prodotti ready to eat».

«I ristoranti quick service – aggiunge Uranga – sono in una feroce competizione non solo tra loro, ma anche con i grandi marchi della gdo. Questi giganti del retail stanno diventando rivali formidabili, offrendo pasti convenienti che sfidano la ristorazione veloce tradizionale. È una battaglia per conquistare il palato del consumatore, dove entrambi i settori si contendono l’attenzione dei clienti in cerca di accessibilità, varietà e valore».

Fipe: trend fa crescere il fuori casa ma non erode il business tradizionale

«Si tratta di consumi di tipo funzionale legati soprattutto alla pausa pranzo – conferma Luciano Sbraga direttore del Centro studi Fipe Confcommercio – che erano già in ascesa nel periodo pre Covid e ora sono diventati più evidenti con lo smart working. I consumatori in questo ambito cercano soluzioni pratiche, veloci e dal buon rapporto qualità prezzo. La tendenza all’ibridazione c’è, del resto per venire incontro allo stesso tipo di esigenza i pubblici esercizi ricorrono al delivery e al take away».

I gestori di pubblici esercizi sono preoccupati per un erosione del mercato a favore di questi canali alternativi? «Si tratta di un fenomeno che impatta solo parzialmente la ristorazione più tradizionale. Noi – continua Sbraga – registriamo un calo delle visite a pranzo dell’1% circa, anche se a valore c’è una crescita. Ma se consideriamo tutte le occasioni di consumo, dalla colazione alla cena, che ha caratteristiche più conviviali e proprie del ristorante, i nostri dati sono confortanti: nonostante il periodo di crisi nell’ultimo anno c’è stata una crescita di almeno un punto in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. Tra i nostri associati c’è un saldo positivo di 28 punti tra ottimisti e pessimisti, il sentiment è quindi decisamente positivo».

Non temete nemmeno la concorrenza di bar e ristoranti aperti sotto il controllo o in sinergia con le insegne della Gdo? «Sono attività che fanno parte dei pubblici esercizi a tutti gli effetti. La distribuzione commerciale cerca nuove strade per compensare il calo del consumi e assecondare i nuovi stili di vita, ma non si tratta di concorrenza sleale. Noi denunciamo solo i casi in cui non si rispettano le regole che devono essere uguali per tutti».

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