I film del fine settimana

“The Brutalist”, una magistrale esperienza audiovisiva

In lizza per 10 premi Oscar, il terzo lungometraggio di Brady Corbet è il grande protagonista del weekend in sala

di Andrea Chimento

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Uno dei titoli più importanti della stagione cinematografica è protagonista nelle nostre sale: “The Brutalist” di Brady Corbet è uno di quei film che non possono lasciare indifferenti ed è pronto a partire in prima fila anche nella corsa ai premi Oscar.

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Dopo aver ottenuto il Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia, ben tre Golden Globe (miglior attore in un film drammatico, miglior regista e miglior film drammatico) e numerosi altri riconoscimenti, “The Brutalist” ha 10 nomination per la vittoria delle statuette più prestigiose e, insieme a “Emilia Pérez”, è il massimo favorito nella conquista degli Oscar più ambiti.

Dietro la macchina da presa c’è Brady Corbet, attore di talento – lo ricordiamo ad esempio in “Mysterious Skin” di Gregg Araki e in “Funny Games” di Michael Haneke – che nel 2015 è passato alla regia con “L’infanzia di un capo”, dimostrando già notevole abilità e ambizione, mentre la sua opera seconda, “Vox Lux” del 2018, era un lungometraggio piuttosto discontinuo, con al centro Natalie Portman nei panni di una rockstar.

“The Brutalist” è senza dubbio il film che fa raggiungere al suo autore la piena maturità. È la storia dell’architetto ebreo László Tóth, emigrato dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1947: costretto dapprima a lavorare duramente e vivere in povertà, ottiene presto un contratto che cambierà il corso della sua vita.

Scritto da Corbet insieme alla compagna Mona Fastvold (regista del riuscito “Il mondo che verrà” del 2020), “The Brutalist” è un prodotto che ha avuto una lunga lavorazione e che trova la sua massima espressione artistica in quelle sale in grado di proiettarlo in pellicola 70mm, come è stato mostrato proprio a Venezia.

 

“The Brutalist” e gli altri film della settimana

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Il fascino del passato

Anche per il fatto di essere girato in pellicola, è davvero un’esperienza di enorme fascino, aperta da una ouverture, a cui seguono due atti divisi da un intervallo di 15 minuti che portano il pubblico a vivere una proiezione d’altri tempi, richiamando le visioni di grandi film del passato e con una logica che può ricordare il cinema di Quentin Tarantino e Paul Thomas Anderson. Al termine c’è un epilogo che non è però tra le sequenze più riuscite dell’operazione, anzi, vista la forza della produzione complessiva, finisce per risultare piuttosto debole.

Se si può citare un film classico, tra i tanti che “The Brutalist” richiama, va certamente menzionato “La fonte meravigliosa” di King Vidor, film del 1949 tratto dal romanzo di Ayn Rand e interpretato da Gary Cooper, ma Corbet ha comunque il talento per dare vita a un lavoro originale e brillante, forte di un secondo atto che ha una crescita straordinaria, tanto per il ritmo quanto per lo spettacolare tappeto sonoro. Splendida è in particolare una lunga sequenza ambientata tra i marmi di Carrara, forse l’apice dei 215 minuti di durata. Non fatevi però spaventare dalla lunghezza, il film ha un ritmo potentissimo, capace di crescere grazie allo straordinario duetto che si va a creare tra i due personaggi principali: Tóth e il misterioso magnate Harrison Lee Van Buren, due figure scritte benissimo e ancor meglio interpretate da due attori in stato di grazia, Adrien Brody (Tóth) e Guy Pearce (Van Buren).

 

Diva futura

 

Tra le novità della settimana c’è anche un altro film presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia: “Diva futura” di Giulia Steigerwalt.

Il titolo del film fra riferimento alla prima agenzia di pornostar in Italia, quella fondata da Riccardo Schicchi e Ilona Staller nel 1983.

Prendendo spunto dal romanzo autobiografico “Non dite a mamma che faccio la segretaria” di Debora Attanasio, personaggio che nel film è interpretato da Barbara Ronchi, il film si concentra molto sulla figura di Schicchi, ma anche sull’evoluzione della pornografia e del cambiamento del costume in Italia, attorno a questo argomento e non solo, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta.

Le premesse di correlare la storia individuale dei personaggi con evoluzioni e nuove tendenze di un intero paese è indubbiamente interessante, ma la sceneggiatura finisce per superficializzare diversi passaggi di copione e il ritmo forsennato dato ad alcune sequenze rischia di distogliere troppo l’attenzione.

Non graffia più di tanto, inoltre, la riflessione sulla liberazione dei costumi e la mercificazione dei corpi in una pellicola che avrebbe potuto essere ben più incisiva.

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