L’Intervista

Foglia: «Cifra troppo bassa per Credit Suisse: l’acquisizione non trova spiegazione nei numeri»

Il vicepresidente della Banca del Ceresio: «Non ho motivi per credere che i bilanci non corrispondano alla verità». Le soluzioni possibili: separare banche commerciali e d’investimento o aumentare la patrimonializzazione

di Vittorio Carlini

 Antonio Foglia, vicepresidente della Banca del Ceresio

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«Non ho motivi per credere che i bilanci, compreso quello di Credit Suisse, non corrispondano alla verità. Proprio per questo non mi capacito dei numeri dell’operazione di salvataggio sull’istituto elvetico ad opera di Ubs. Sborsare, seppure unitamente alla presenza di una linea di liquidità da 100 miliardi di franchi da parte della Banca nazionale svizzera, solo 3 miliardi mi pare un nonsense». Così Antonio Foglia, vicepresidente della Banca del Ceresio e membro del Global Partners’ Council dell’Institute for New economic thinking, esprime tutto lo stupore in merito ai dati riguardanti il soccorso dell’istituto di credito.

Perché rimane così sorpreso?

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La spiegazione è nei numeri. Credit Suisse ha 39 miliardi di capitale e 99 miliardi di Tlac (Total loss absorbing capacity, ndr). Di fronte a simili dati, la somma che viene pagata è, secondo il mio parere, eccessivamente bassa. Dal che due sono le possibilità.

Vale a dire?

O, da un lato, si pensa che la contabilità di Credit Suisse non corrisponda alla realtà dei fatti. Un’eventualità cui non voglio credere. Oppure, dall’altro, Ubs approfitta del contesto creatosi e le authority elvetiche danno dimostrazione di non essere all’altezza della situazione. Si tratta di un contesto il quale, evidentemente, non aiuta a tranquillizzare il mercato.

Molti, tuttavia, sottolineano che si tratta di una situazione in cui, come già accaduto nel passato, l’acquirente sborsa una cifra che è, in qualche misura, commisurata ai problemi della realtà acquisenda.

Ma in quelle occasioni il target dell’operazione era spesso, e soprattutto in maniera acclarata, insolvente. In difficoltà estreme. Una condizione la quale, sempre guardando ai bilanci, non pare contraddistinguere ad oggi Credit Suisse.

Al di là dei numeri, il caso della banca svizzera, come (seppure con le sue peculiarità) quello del fallimento di Silicon Valley Bank, ripropongono l’eterno tema delle regole.

Credo non sia una questione di poche o tante norme. Bensì, della qualità delle medesime. Pensiamo, ad esempio, all’indicatore Tier 1. Il requisito patrimoniale è dato dal rapporto tra patrimonio netto più riserve e le attività ponderate per il rischio. Ebbene: l’approccio adottato rispetto al denominatore è corretto. Un’impostazione la cui ratio è ragionevole. Insufficiente, invece, è quello legato al numeratore. Qui i meccanismi ipotizzati portano ad un capitale insufficiente. Ad una sotto-patrimonializzazione delle banche. Le medesime regole complessive applicate, ad esempio, ad un hedge fund implicano per quest’ultimo una capitalizzazione nettamente maggiore. Si tratta di una differenza che non è giustificata dalla diversità nell’attività di business.

Ciò detto, tuttavia, è innegabile che, nel post Lehman, dopo la prima reazione che ha portato, negli Usa, all’approvazione della Dodd-Frank, c’è stata la “consueta” de-regolamentazione. Nel 2018 la soglia per sottoporre a maggiori controlli gli istituti di credito è salita da 50 a 250 miliardi di dollari in total asset…

Non lo nego. Tuttavia, su questo fronte bisogna mettersi d’accordo. Una strada può essere definire, con poche regole, la separazione tra la banca commerciale e quella d’investimento. In questo caso gli istituti di credito vengono disintermediati e ci saranno altri attori più resilienti a svolgere il lavoro. Diversamente può continuarsi lungo il sentiero della banca universale. In un simile caso però, lo ribadisco, c’è bisogno di una reale maggiore patrimonializzazione degli istituti.

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