Crisi Russia-Nato

Gas e petrolio più cari, il rischio di conflitto accende i mercati energetici

Barile sempre più vicino a 100 dollari e gas di nuovo in fibrillazione in una seduta ad alta volatilità. La Russia è fornitore chiave di idrocarburi, soprattutto per l’Europa

di Sissi Bellomo

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Petrolio sempre più vicino a violare la soglia dei 100 dollari al barile e prezzi del gas ancora troppo elevati, soggetti a improvvise e violente impennate: l’ultima lunedì 14, quando in Europa si sono visti rialzi superiori al 12%, poi fortunatamente ridimensionati nel corso della giornata. I mercati energetici seguono con apprensione i giochi di guerra in Ucraina e l’evolversi della crisi Russia-Nato, con fasi di pessimismo alternate alla speranza di una soluzione diplomatica che si traducono in un’altissima volatilità.

Anche le quotazioni del petrolio, come quelle del gas, hanno vissuto l’ennesima seduta in altalena, durante la quale hanno aggiornato il record da sette anni: il Brent ha raggiunto un picco di 96,16 dollari al barile prima di concludere intorno a 95 dollari, il Wti ha toccato quota 94,94 dollari al barile per poi attestarsi intorno a 94 dollari, comunque in rialzo di quasi un punto percentuale.

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Il gas al Ttf, principale hub europeo, si è invece spinto fino a 83,60 euro per Megawattora in mattinata sul timore di un’imminente invasione russa in Ucraina (che gli Usa avevano segnalato come probabile entro la fine delle Olimpiadi invernali, ossia entro domenica 20) ma ha poi ripiegato sotto 80 euro quando si è aperto qualche nuovo spiraglio di trattativa con Mosca.

Il mercato trema al pensiero che un conflitto possa ulteriormente compromettere le forniture energetiche dalla Russia, per effetto di danni alle infrastrutture o dell’imposizione di sanzioni. Gazprom ormai da mesi limita i flussi di gas allo stretto indispensabile per non violare gli impegni contrattuali: c’era stato qualche segnale di risalita dei flussi a inizio febbraio, ma finora nulla di rilevante (nel gasdotto Yamal-Europe le forniture hanno anzi ripreso a tornare indietro, dalla Germania alla Polonia). E se oggi riusciamo a compensare le carenze di gas russo – grazie soprattutto a volumi record di Gnl pagati a caro prezzo – non sembra possibile ottenere molto di più, se non per brevi periodi di emergenza.

I fornitori alternativi via gasdotto, come la Norvegia, l’Algeria e l’Azerbaijan, hanno già aperto i rubinetti ai massimi. Quanto al Gnl, l’Unione europea – grazie anche alle pressioni esercitate dalla Casa Bianca – ha ottenuto qualche promessa di aiuto, ma non certo impegni tali da cancellare ogni preoccupazione.

Il Qatar potrà concederci qualche carico supplementare e forse anche i produttori Usa, che peraltro già da dicembre ci stanno già inviando volumi record di gas liquefatto: un flusso che prosegue, attirato dall’ottima remunerazione, con altre 34 metaniere che oggi stanno solcando l’Oceano Atlantico dirette in Europa secondo Montel.

La caccia a fornitori alternativi prosegue. Proprio lunedì 14 la vicepresidente della Commissione Ue, Margrethe Vestager, ha incontrato il vicepresidente della Nigeria, Yemi Osinbajo, convincendolo secondo una nota diffusa da Bruxelles a «esplorare tutte le opzioni per una maggiore fornitura di gas naturale liquefatto». Nel breve periodo tuttavia non c’è da aspettarsi molto dal Paese africano, che peraltro sconta frequenti difficoltà produttive.

Nel frattempo le relazioni con la Russia – e in generale il rischio geopolitico – stanno ossessionando anche il mercato petrolifero, contribuendo ad alimentare il rally dei prezzi. L’offerta di greggio oggi è troppo scarsa rispetto alla domanda: anche se le compagnie Usa stanno accelerando le operazioni nei bacini di shale oil, i risultati non sono ancora sufficienti ad appagare il fabbisogno del mercato. Le scorte commerciali nei Paesi Ocse sono già scese ben al di sotto della media del quinquennio 2014-2019, ma l’Opec+ non è in grado di aprire ulteriormente i rubinetti, nonostante le pressioni che la Casa Bianca e l’Agenzia internazionale dell’energia continuano ad esercitare: la coalizione – di cui fa parte anche la Russia – da mesi non riesce a garantire nemmeno gli aumenti di produzione che essa stessa ha programmato.

Perdere, anche solo in parte e temporaneamente, le forniture russe sarebbe uno sviluppo indesiderabile, capace di proiettare le quotazioni del petrolio ben oltre 100 dollari al barile: soglia a cui sono già vicinissime.

La Russia è il terzo produttore mondiale di greggio, con una quota di mercato superiore al 10%: a gennaio ha estratto 10,04 milioni di barili al giorno, che salgono a 11,35 mbg contando anche i condensati e altri liquidi, secondo l’Aie. Per volumi di esportazione è addirittura al secondo posto (preceduta solo dall’Arabia Saudita), con oltre 4 mbg nel 2021, di cui 2,5 mbg venduti in Europa, che resta tuttora il suo primo mercato. Da Mosca l’anno scorso la Ue ha anche importato circa 1,5 mbg di prodotti raffinati, tra cui gasolio.

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