Materie prime e inflazione

Petrolio, gli Usa premono su Riad. Ma a fermare il rally forse sarà la Fed

Le quotazioni del barile restano vicine ai massimi da sette anni, ma la volatilità è aumentata. Anche a causa della svolta nelle politiche monetarie

di Sissi Bellomo

articolo aggiornato l’11 febbraio

Al lavoro per ripulire le coste del Perù dalla perdita di petrolio: coinvolta un'area grande quanto la città di Parigi

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Il caro petrolio fa correre l’inflazione. E la corsa dell’inflazione alimenta (almeno nell’immediato) il caro petrolio. Le quotazioni del barile hanno risentito del balzo superiore alle attese dei prezzi al consumo negli Usa, arrivando a guadagnare oltre il 2% giovedì 10 poco dopo la pubblicazione del dato, salvo poi cancellare il rialzo a fine seduta, quando il Brent si è riportato intorno a 91,50 dollari al barile. L’11 febbraio il petrolio ha chiuso a New York ai massimi da 7 anni, in aumento del 3,6% a 93,10 dollari al barile.

L’inflazione – che oltre Oceano è salita del 7,5% a gennaio, un livello senza precedenti negli ultimi quarant’anni – rinfocola l’interesse degli investitori per le materie prime, asset class che tradizionalmente protegge il portafoglio in periodi di tensione dei prezzi.

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Il petrolio, che di recente si è spinto fino a 94 dollari al barile, record da sette anni, è sostenuto anche da numerosi e ripetuti segnali di scarsità dell’offerta. Mercoledì 9 c’era stato il dato sulle scorte Usa, crollate ai minimi dal 2018, il giorno successivo è intervenuto il bollettino mensile dell’Opec, con manifestazioni di ottimismo sulla domanda petrolifera, ma soprattutto con la conferma delle difficoltà produttive del gruppo, che a gennaio è riuscito ad estrarre appena 64mila barili al giorno in più, un quarto dell’incremento che gli spettava in base agli accordi Opec+.

Solo l’Arabia Saudita (e in parte gli Emirati arabi) sarebbero davvero in grado – se solo volessero – di aprire con decisione i rubinetti. E gli Stati Uniti sono tornati a esercitare pressioni perché questo accada.

Un comunicato della Casa Bianca riferisce di un colloquio telefonico tra il presidente Joe Biden e il re saudita Salman in cui i due, oltre a discutere di Yemen e Iran, hanno «reiterato l’impegno (dei rispettivi Paesi) ad assicurare la stabilità delle forniture energetiche globali».

La nota di Riad conferma, ma racconta una storia un po’ diversa: il sovrano «ha sottolineato l’importanza di mantenere equilibrio e stabilità sul mercato petrolifero», ma c’è stato anche un significativo richiamo al «ruolo dello storico accordo Opec+ a questo proposito» e all’«importanza di mantenere tale accordo». Almeno per ora, insomma, i sauditi non sembrano pronti a tradire la coalizione.

Del resto a fermare il rally del petrolio potrebbe essere il ritorno delle forniture iraniane sul mercato, se davvero si arriverà a un’intesa sul nucleare che rimuova le sanzioni contro Teheran. E nel medio periodo proprio la corsa dell’inflazione, che ha provocato un cambio di rotta delle politiche monetarie, potrebbe trasformarsi in un vento contrario.

Il rialzo dei tassi di interesse si annuncia rapido, soprattutto negli Usa. Una frenata dell’economia (ma anche semplicemente un dollaro troppo forte) di certo non giocano a favore delle materie prime.

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