La sfida di Putin

Gas in rubli, il G7 chiude la porta e Mosca minaccia: mai forniture gratis

I Sette respingono le richieste del Cremlino: «Le compagnie dicano no, inaccettabile violazione unilaterale dei contratti». La risposta russa fa temere un blocco dei gasdotti. A meno che non sia solo un bluff, come il mercato sembra credere

di Sissi Bellomo

Ucraina, Putin esige pagamenti in rubli per l'energia

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Sul gas in rubli è muro contro muro. I Paesi del G7 si sono schierati compatti contro Mosca, che pretende che Gazprom sia pagata in valuta russa. E ora il rischio che si vada verso un’interruzione delle forniture all’Europa aumenta.

«È chiaro che il gas non lo forniremo gratis, nella nostra situazione non è possibile né appropriato mettersi a fare la carità», ha avvertito il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, tornando sull’argomento dopo la sfida lanciata mercoledì 23 dal presidente Vladimir Putin.

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Un rifiuto a pagare in rubli «sicuramente porterà alla cessazione delle forniture di gas», ha rincarato Ivan Abramov, deputato e vicepresidente del Comitato di politica economica della Federazione russa. «Se la nostra condizione è pagare in rubli, allora devono pagarci in rubli. Hanno sufficienti opportunità per comprarne», ha aggiunto Abramov secondo l’agenzia Ria Novosti.

In realtà non sarebbe per niente facile cambiare valuta senza incappare nelle sanzioni, che ormai hanno isolato la Russia dai mercati finanziari internazionali. Lo stesso Putin non ha dato alcuna indicazione pratica, ordinando piuttosto alla banca centrale, al governo e a Gazprom di mettere a punto entro il 31 marzo un sistema adeguato per consentire il passaggio.

LA MAPPA EUROPEA DEL GAS

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Il punto però è che nessuno – almeno tra i grandi acquirenti di gas russo – ha intenzione di chinare la testa. «Tutti i ministri del G7 hanno concordato che si tratta di una chiara violazione unilaterale dei contratti esistenti», ha dichiarato il vice cancelliere e ministro tedesco dell’Economia Robert Habeck dopo una riunione del gruppo, di cui fanno parte (oltre alla Germania, che ha la presidenza di turno) anche Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Giappone.

GAS NATURALE E BRENT

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«Il pagamento in rubli è inaccettabile e chiediamo alle compagnie interessate di non adeguarsi alle richieste di Putin», ha aggiunto Habeck a nome dei Sette. Una presa di posizione molto netta, che però in fin dei conti riflette l’orientamento già manifestato da diversi governi europei (compresi quelli italiano, francese e tedesco) e anche da alcune delle società chiamate in causa.

Poche ore prima del G7 aveva parlato il ceo dell’Eni, Claudio Descalzi: «La Russia ci sta chiedendo di pagare in rubli, che noi non abbiamo. Questo non c’è nel contratto, che prevede il pagamento in euro, e non si può cambiare in modo unilaterale», ha dichiarato il manager dal palco del Global Energy Forum a Dubai.

La compagnia del Cane a sei zampe è uno dei maggiori clienti di Gazprom, da cui afferma di aver acquistato 22,5 miliardi di metri cubi di gas nel 2020 (su un totale di circa 62 miliardi importati).

Dopo l’invasione dell’Ucraina Eni ha interrotto la stipula di nuovi contratti per importare dalla Russia petrolio greggio e derivati. Inoltre ha messo in vendita la sua partecipazione nel gasdotto Blue Stream, tra Russia e Turchia, in cui è socia di Gazprom con il 50%. Ma il traguardo della rinuncia al gas russo non è ancora a portata di mano: Eni ritiene di poterlo raggiungere a fine 2023, grazie soprattutto a un maggiore ricorso ai fornitori africani e a un’accelerazione delle estrazioni in Italia.

Il no ai pagamenti in rubli potrebbe costringerci a fare a meno di Gazprom ben prima di allora, anche se la minaccia di uno stop alle forniture viene ancora considerato da alcuni analisti un bluff.

Il mercato non ha reagito in modo estremo: il prezzo del gas lunedì 28 ha guadagnato il 7,5% al Ttf, concludendo a 108,90 euro per Megawattora, ma nei giorni precedenti aveva perso quota dopo l’annuncio di Putin, scendendo sotto 100 euro. E anche il rialzo dell’ultima seduta almeno in parte sembra dettato dalle previsioni di clima più freddo.

Del resto è difficile credere che Mosca possa davvero chiudere i rubinetti: un’azione così drastica si tradurrebbe in perdite enormi per le casse dello Stato. L’anno scorso la Russia ha incamerato 54,7 miliardi di dollari grazie all’export di gas via gasdotto e altri 7,6 miliardi con il Gnl (dati della banca centrale).

Solo il petrolio è stato più redditizio: 110,2 miliardi solo per il greggio e 68,7 miliardi per i prodotti raffinati, su un valore totale delle esportazioni russe di 489,8 miliardi. E sul fronte petrolifero gli affari si sono già vistosamente ridotti.

L’export di greggio russo è diminuito del 26,4% nella settimana dal 17 al 23 marzo rispetto alla precedente, secondo dati visionati da Bloomberg, a 3,63 milioni di barili al giorno. Prima della guerra era intorno a 5 milioni di barili.

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