Energia come arma

Gas in rubli ricatto a doppio taglio: da stop forniture danni irreversibili per Mosca

Il Cremlino sembra impegnato in un’azione kamikaze. Dopo la minaccia europea di un embargo petrolifero annuncia anche «manutenzioni» all’oleodotto dal Caspio, che tagliano l’export di petrolio di un milione di barili al giorno

di Sissi Bellomo

Russia: "Accettiamo solo rubli per il gas"

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Un’azione da kamikaze, che però mette all’angolo l’Europa e rischia di precipitarci in una crisi energetica ancora più grave. Se la Russia otterrà di farsi pagare il gas in rubli riuscirà forse sorreggere il cambio, ma si priverà di un’importante fonte di entrate in valuta pregiata: una delle poche che le sono rimaste. Se invece i clienti europei non cederanno al ricatto – perché di questo si tratta – Gazprom non potrà fare altro che chiudere i rubinetti, privando di colpo la Ue di forniture oggi intorno a 380 milioni di metri cubi al giorno, quasi il 30% delle nostre importazioni di gas.

Anche per Mosca ci sarebbero danni enormi, sia per la perdita di introiti per centinaia di migliaia di euro al giorno, sia perché si ritroverebbe costretta a fermare le estrazioni nei giacimenti, col rischio di danneggiarli in modo irreversibile.

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Il gas destinato all’Europa non può essere dirottato altrove, perché l’unico gasdotto verso la Cina – il Power of Siberia – parte da pozzi situati in un’altra area. E comunque i tubi hanno una portata massima di circa 165 milioni di metri cubi al giorno (peraltro mai raggiunta).

Nonostante tutto, un’interruzione completa delle forniture di Gazprom oggi è una concreta possibilità. E in reazione agli ultimi, inattesi sviluppi il prezzo del gas è balzato di oltre il 30% fino a superare 130 euro per Megawattora al Ttf mercoledì 23 (anche se il rialzo si è poi ridimensionato al 10%, per un prezzo di circa 110 euro).

I flussi nei gasdotti dalla Russia per ora continuano: lo stesso Putin ha affermato che non c’è intenzione di violare gli attuali contratti. Ma lo stop potrebbe comunque arrivare già tra una decina di giorni.

Il Cremlino ha dato alla banca centrale una settimana di tempo per sviluppare un sistema di pagamento in rubli da imporre ai Paesi classificati come «ostili», lista che include anche tutti i membri dell’Unione europea. Dopo di che, ipotizza Trevor Sikorski di Energy Aspects, «Gazprom dovrà chiedere agli acquirenti di approvare il cambio dei termini di pagamento».

La questione impone di ridiscutere i contratti con i singoli clienti (uno dei maggiori è l’Eni) e alcuni potrebbero rifiutarsi di passare al rublo, per motivi politici più che di convenienza economica. È anche possibile, suggerisce l’analista, che i clienti stessi colgano l’occasione per rinegoziare altri aspetti, ad esempio la durata o i volumi minimi (i cosiddetti take-or-pay).

Anche sul fronte del petrolio – che è tornato a superare 120 dollari al barile nel caso del Brent – si sospettano manovre disperate da parte della Russia. A far correre i prezzi ha contribuito l’annuncio di riparazioni urgenti all’oleodotto Cpc dal Caspio (controllato da Mosca anche se trasporta soprattutto greggio kazakho), con una riduzione dei flussi verso il Mar Nero fino a un milione di barili al giorno, pari a circa l’1% dei consumi mondiali.

È una specie di taglio di produzione, che si sospetta essere studiato a tavolino, visto che la Ue discute di un possibile embargo petrolifero contro Mosca.

Le manutenzioni, per cui è anticipata una durata fino a due mesi, si sarebbero rese necessarie per danni provocati da un uragano ma alle compagnie occidentali socie del consorzio Cpc (tra cui Eni, Exxon e Chevron) non hanno potuto effettuare ispezioni.

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