Il dibattito sull’embargo

Petrolio russo, l’Europa può farne a meno?

Dopo l’embargo deciso dagli Usa, anche nell’Unione europea si discute se vietare le importazioni di greggio e carburanti da Mosca: una sfida non impossibile, ma di certo non facile né indolore

di Sissi Bellomo

Biden alza il tiro, "basta petrolio e gas dalla Russia"

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Fare a meno del petrolio russo? Dopo gli Stati Uniti, anche l’Unione europea ora discute l’ipotesi di un embargo: un passo che nell’escalation della guerra in Ucraina e delle sanzioni contro Mosca forse diventerà presto inevitabile e che alcuni Paesi membri (in particolare l’Irlanda e la Lituania) hanno cominciato a sollecitare a gran voce.

Sale anche il pressing della Casa Bianca, con il presidente Joe Biden impegnato in prima persona nel coordinare le strategie per punire il Cremlino: lunedì 21 si è collegato a distanza con la riunione dei ministri degli Esteri della Ue a Bruxelles, mercoledì 23 sbarcherà in Europa dove presenzierà a incontri in sede Nato e G7.

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Il ventaglio delle possibili sanzioni contro la Russia si sta esaurendo e colpire le esportazioni energetiche non è più un tabù. Il petrolio (e forse il carbone) sembra l’obiettivo più ovvio: anche senza misure specifiche, le importazioni europee di greggio e carburanti da Mosca si sono già ridotte drasticamente, non solo per le difficoltà nei pagamenti, ma anche per il boicottaggio deciso da quasi tutte le compagnie del Vecchio continente, Eni compresa.

Bandire completamente gli acquisti – benché non impossibile – non sarebbe tuttavia facile, né tanto meno indolore per l’Europa. Al contrario, almeno nel breve periodo potrebbe costarci molto caro. È probabile che le quotazioni del barile si spingerebbero ancora più in alto: la sola ipotesi ha contribuito a rilanciare il rally e lunedì 21 il Brent si è riportato sopra 115 dollari, in rialzo di oltre il 7%.

Inoltre ci sarebbero costi extra da sopportare per le complicazioni logistiche legate alla riorganizzazione delle catene di rifornimento. Senza contare il rischio di ritorsioni da parte di Mosca.

Nel caso più estremo il Cremlino potrebbe vendicarsi chiudendo i rubinetti del gas, combustibile per cui invece non saremmo in grado di compensare del tutto l’assenza di Gazprom se non per periodi di tempo limitati. La stessa Commissione europea sostiene –non senza ottimismo – che la Ue possa ridurre il fabbisogno di gas russo di due terzi entro un anno, ma esclude un’emancipazione completa prima del 2027.

Per ora non sono arrivate minacce in questo senso. Il vicepremier russo Alexander Novak si è limitato a dire che il prezzo del petrolio salirebbe a 300 dollari al barile se l’Occidente voltasse le spalle alle forniture russe: scenario «improbabile» per Novak, secondo dichiarazioni rilasciate alla Tass, perché per l’Europa «per ora è impossibile».

Un’analisi appena pubblicata dal think tank Bruegel afferma che in realtà potremmo anche riuscire ad abbandonare il petrolio russo e che un embargo infliggerebbe un danno pesante: nel 2021 abbiamo acquistato da Mosca 3,5 milioni di barili al giorno (su un totale di 15 mbg importati) per un valore di 88 miliardi di euro,

Una misura così drastica da parte della Ue comportebbe però «un serio shock per l’offerta globale»: Mosca potrebbe essere costretta a rallentare la produzione e il mondo rischierebbe di perdere fino a 3 mbg di greggio (stima identica a quella elaborata dall’Aie) che non è detto che altri fornitori «possano o vogliano» compensare.

Dell’Opec+ fa parte anche la Russia. E molti Paesi membri hanno difficoltà produttive: a febbraio la coalizione ha estratto oltre un milione di barili al giorno in meno rispetto agli obiettivi che si era data.

Per riuscire a evitare il petrolio russo, avverte Bruegel, l’Europa dovrebbe anche «incoraggiare una riduzione della domanda»: provvedimenti come le domeniche a piedi degli anni ’70, tanto per essere chiari.

Inoltre – sfida non facile – bisognerebbe riuscire a superare tre importanti «colli di bottiglia». Il primo riguarda le infrastrutture interne alla Ue: greggio e prodotti raffinati si spostano perlopiù da est verso ovest e sarebbe necessario riorganizzare la distribuzione, probabilmente con un maggior ricorso a trasporti fluviali, camion cisterna e ferrovie.

Il secondo ostacolo riguarda le raffinerie: diversi impianti europei sono ottimizzati per lavorare greggio russo, che dovrebbero sostituire rapidamente (le forniture più adatte sono irachene e iraniane). Sei grandi raffinerie – in Germania, Austria, Polonia, Repubblica ceca, Ungheria e Slovacchia) – sono «particolarmente vulnerabili», perché Mosca le rifornisce direttamente attraverso il maxi oleodotto Druzhba.

Infine Bruegel richiama l’attenzione sul problema dei carburanti, per cui l’Europa dipende in modo particolare dalle importazioni dalla Russia (soprattutto per il diesel, ma anche per la nafta e l’olio combustibile). Oltre a trovare fornitori alternativi bisognerebbe accelerare la produzione interna, nel caso del diesel spingendo l’utilizzo della capacità (15-16 mbg totali secondo il think tank) al 90%, ossia circa il 10% in più rispetto a oggi: livelli mai raggiunti in questo secolo.

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