Petrolio e gas

Il caro energia ora ferma le fabbriche e atterra gli aerei

Tra guerra, sanzioni e protezionismo l’offerta di carburanti di riduce, ma i rincari record cominciano a scoraggiare i consumi  è quella che si chiama distruzione della domanda. E comincia a far scendere i prezzi

di Sissi Bellomo

Ucraina, Biden: vietiamo le importazioni di gas e petrolio russi

4' min read

4' min read

Il caro energia è diventato un fardello così pesante da scoraggiare i consumi. Dopo i vertiginosi rincari che hanno spinto il prezzo del gas ai massimi storici in Europa e il petrolio a sfiorare 140 dollari al barile, vicino al record del 2008, si stanno moltiplicando i segnali di quella che gli analisti chiamano distruzione della domanda: molte fabbriche si stanno fermando, soprattutto nel Vecchio continente, in settori energivori come la produzione di fertilizzanti, carta e metalli, mentre oltre Oceano cominciano ad esserci cancellazioni di voli, stavolta non a causa del Covid ma perché fare il pieno costa troppo.

È probabilmente anche per questo che le quotazioni dei combustibili sono scivolate anziché impennarsi ulteriormente all’indomani dell’embargo Usa sulle forniture russe.

Loading...

Per boicottare quella che per Mosca è la maggiore fonte di entrate, Washington cesserà del tutto gli acquisti (per la verità scarsi) di greggio, prodotti raffinati, Gnl e carbone prodotti in Russia. La Gran Bretagna azzererà per gradi, entro fine anno, le importazioni petrolifere. Ma le quotazioni del Brent – che martedì 8 a caldo erano balzate sopra 132 dollari al barile – mercoledì 9 a fine seduta erano sotto 112 dollari, in ribasso di oltre del 13%. Stessa traiettoria per il Wti, che ha ripiegato sotto 109 dollari.

Quanto al gas, il prezzo in Europa è scivolato sotto 150 euro per Megawattora: ancora altissimo, ma diminuito addirittura del 30% in una sola seduta e più che dimezzato rispetto al picco record di lunedì 7, quando si era spinto fino a 345 euro.

I rischi non si sono dissipati. Al contrario. In caso di embargo sulle esportazioni energetiche Mosca aveva minacciato ritorsioni, citando espressamente la possibilità di fermare il gasdotto Nord Stream 1, in grado di portare in Europa via Germania fino a 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il 10% del nostro fabbisogno.

Poche ore dopo l’annuncio della Casa Bianca il presidente Vladimir Putin ha firmato un decreto per bandire a sua volta l’export di alcune materie prime verso alcuni Paesi, senza ancora specificare né le une né gli altri.

Ma i prezzi – almeno nella giornata di mercoledì 9 – sono scesi: sia quelli del gas, che quelli del petrolio e di molte altre commodities che nei giorni precedenti avevano registrato rincari esasperati. Al London Metal Exchange (dove gli scambi di nickel, ha avvertito la borsa, difficilmente riprenderanno prima di venerdì 11) ci sono stati ribassi per tutti i non ferrosi e l’alluminio in particolare ha perso circa il 5%.

Probabile che sulle materie prime ci siano state prese di profitto da parte di alcuni investitori, mentre altri hanno chiuso le posizioni per abbandonare mercati che si fanno ogni giorno più pericolosi.

Per il petrolio un influsso ribassista l’hanno senz’altro avuto le parole dell’ambasciatore degli Emirati arabi negli Usa, che ha segnalato al Financial Times come il suo Paese intenda «incoraggiare l’Opec a considerare livelli di produzione più alti».

Forse c’è anche un relativo sollievo nel constatare che l’Europa non sembra intenzionata a seguire gli Usa nel divieto di importare combustibili da Mosca: misura troppo masochista visto il nostro livello di dipendenza, anche se la Commissione Ue dice di aver elaborato un piano con cui potremo affrancarci in un solo anno da due terzi delle forniture di gas russo.

In realtà quello che oggi balza agli occhi è soprattutto la frenata dei consumi. Yara, gigante norvegese dei fertilizzanti, è tornata – come aveva già fatto a novembre – a tagliare la produzione a causa dei rincari del gas: la nota diffusa mercoledì 9 specifica che a rallentare, al 45% della capacità, saranno gli impianti italiani di Ferrara e quelli francesi di Le Havre, dove si produce ammoniaca e urea.

I tagli – pianificati anche da alcuni concorrenti di Yara, tra cui Borealis – rischiano di infiammare ulteriormente il costo di sostanze indispensabili in agricoltura.

Anche altri impianti energivori si stanno fermando in Europa, tra cui cartiere (Pro-Gest in Italia e Norske Skog in Austria) e acciaierie, con annunci arrivati dalla spagnola Acerinox, dalla tedesca Salzgitter, dalla britannica Liberty Steel.

Negli Stati Uniti invece qualche compagnia aerea – tra cui Alaska Air Group e Allegiant Airlines – ha comunicato la riduzione del programma di volo, legata all’eccessivo rincaro dei carburanti.

A razionare il consumo di diesel – con gravi ricadute per il trasporto delle merci – potrebbe essere invece non solo il costo esorbitante, ma una vera e propria scarsità, soprattutto in Europa, dove oltre il 60% delle importazioni (almeno fino a poco tempo fa) arrivavano dalla Russia, a coprire il 14% del nostro fabbisogno secondo S&P Global Commodities Insights.

In tempi di guerra e di sanzioni il protezionismo sta prendendo piede e il Governo cinese, secondo indiscrezioni raccolte dalla Reuters, avrebbe invitato i raffinatori a sospendere del tutto ad aprile l’export di carburanti (che peraltro è già crollato di un terzo dopo la riduzione delle quote di esportazione decisa a gennaio).

La mossa è analoga a quella che diversi Paesi hanno già fatto con i prodotti agricoli, a cominciare dall’Ungheria, Paese Ue, che ha vietato l’export di cereali sollevando un forte allarme nell’industria agroalimentare italiana.

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti