Gas, si ferma lo sciopero in Norvegia ma non la corsa dei prezzi
È durata poche ore la tregua sul mercato dopo l’intervento del Governo di Oslo, che ha interrotto le proteste impedendo un crollo del 60% delle forniture di gas dal Paese. Lo sguardo resta puntato sulla prossima fermata del Nord Stream e il prezzo del gas è risalito a 172 euro
di Sissi Bellomo
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La miccia che rischiava di far esplodere una crisi del gas ancora più drammatica in Europa è stata disinnescata: il Governo norvegese ha imposto l’interruzione dello sciopero che avrebbe ridotto fino al 60% le esportazioni del Paese, responsabile di oltre un quinto delle forniture del Vecchio continente. Il prezzo del combustibile tuttavia ha solo rallentato la corsa, tornando – dopo una breve tregua – a scambiare intorno a 172 euro per Megawattora al Ttf, in rialzo per la sesta seduta consecutiva, di oltre il 4% rispetto alla chiusura di martedì 5.
Il sospiro di sollievo è durato poco: archiviato l’allarme Norvegia, la tensione sul mercato rimane comunque altissima. Impossibile dimenticare l’appuntamento con la chiusura del Nord Stream, il principale gasdotto russo, che ha già ridotto la portata del 60% e che da lunedì 11 luglio si fermerà (in teoria per dieci giorni) a causa di manutenzioni.
Spariranno altri 60-70 milioni di metri cubi di gas al giorno, quelli che oggi Gazprom trasporta attraverso il Mar Baltico e che nessuno si illude che dirotterà anche solo in parte su altre pipeline.
La Norvegia – come ogni altro fornitore alternativo alla Russia – diventerà ancora più preziosa. E Oslo se ne rende conto. Il ministro del Lavoro Marte Mjoes Persen ha riconosciuto il «ruolo vitale» del Paese nel garantire la sicurezza energetica del Vecchio continente e il fatto che «l’escalation pianificata dello sciopero avrebbe avuto serie conseguenze per la Gran Bretagna, la Germania e altre nazioni»: un impatto che non ha esitato a definire «drammatico alla luce dell’attuale situazione europea».
Così ha deciso di intervenire, sia pure in extremis, quando Equinor aveva già dovuto fermare i primi tre giacimenti interessati dalla protesta. Mercoledì 6 ci sarebbero state ulteriori chiusure e altre ancora sabato 9, quando si sarebbe arrivati al massimo impatto: una perdita giornaliera di 178 milioni di metri cubi di gas e 314mila barili di greggio, nonché l’interruzione completa dei flussi in gasdotti importanti come Zeepipe (verso il Belgio) e Langeled (verso il Regno Unito).

