Archeologia

Gli arcieri di Xi’an sussurrano la storia dalle sopracciglia

Michael Scott ripercorre la storia degli scavi attraverso otto scoperte straordinarie di cui tracci anche le implicazioni sociali e geopolitiche

di Maria Luisa Colledani

(Getty Images/iStockphoto)

3' min read

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Il punto dove scavare è ossessione, caso, congiunzione geopolitica che scompiglia il mondo codificato e gli studi passati. È l’alba di una scoperta che cambia il passato e scrive il futuro. Michael Scott insegna Studi classici e storia antica all’Università di Warwick nel Regno Unito e ne Il punto dove scavare propone, con puntiglio filologico e gusto del racconto, la storia di otto scoperte avvenute negli ultimi duecento anni dall’Africa ai deserti brulli e agli altopiani ghiacciati dell’Asia Centrale, dal cuore del Mediterraneo alla cordigliera andina: è una spedizione lunga millenni attraverso i continenti e l’evolversi della ricerca archeologica. Per Scott «questo libro si potrebbe pensare come un ricettario: offre una panoramica di ciò che serve esattamente per cucinare una scoperta perché dietro ogni ritrovamento c’è una ricetta».

Dove cercare?

Il primo ingrediente è ciò che si cerca, mica si può cercare tutto! La scelta è intenzionale ma incrocia anche la politica internazionale. Come è successo alla Stele di Rosetta in Egitto (la Francia voleva sopravanzare la Gran Bretagna in quelle terre), ai ritrovamenti di Marc Aurel Stein nel deserto del Taklamakan (la Gran Bretagna doveva fermare il potere della Russia) e a quelli di Hiram Bingham a Machu Picchu (l’America del Sud come partner per quella del Nord). A fare la differenza, altre volte, è la ricerca, come nel dibattito sulle origini geografiche degli antenati dell’uomo in Africa, che aiutò Mary e Louis Leakey a concentrare gli sforzi in Tanzania e Kenya; o sulla importanza data all’archeologia subacquea (Scott racconta la scoperta del relitto di Uluburun, al largo della Turchia); o sulla riscoperta delle culture della steppa, nata dallo studio delle sepolture nell’Altaj (Russia); o sul bisogno di comprendere le civiltà senza documenti scritti, da cui sono derivati gli scavi a Keros, nell’Egeo. Ci sono molte donne nelle pagine di Scott, team archeologici internazionali formati da professionalità diverse e complementari, nuovi metodi di analisi e una finestra aperta sul futuro per essere capaci di dialogare con le comunità locali, per non depredare patrimoni altrui, per non incappare più nei torti del passato.

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La Stele di Rosetta

Questo Barbero inglese dell’antico sa raccontare e le sue pagine sono una stratigrafia di storie, sorprese, accidenti e curiosità. Ad esempio, a fine Settecento, quanto fu disseppellita la Stele di Rosetta, l’egittomania era così diffusa che il timore dei savants, i 151 intellettuali inviati dalla Francia per studiare la storia dell’antico Egitto, era quello di restare senza matite con cui documentare lo studio. Così a Nicolas-Jacques Conté, inventore della matita di grafite e membro dei savants, fu chiesto di aumentare la produzione e molti studiosi, in particolare coloro che lavoravano lontano dal Cairo, cominciarono a fondere cartucce di piombo per crearle in proprio. In Cina, dopo la scoperta nel 1974 (del tutto casuale, alcuni contadini stavano scavando un pozzo) dell’esercito di terracotta voluto da Zheng, primo imperatore della dinastia Qin, iniziò lo studio del sito. L’esercito, realizzato a partire dal 246 a.C. da uno stuolo di 700mila forzati, conta oltre ottomila guerrieri (arcieri, fanti, cavalieri), 140 carri da guerra e 520 cavalli: fanno la guardia alla tomba dell’imperatore che sognava l’immortalità. Venivano costruiti torsi standard in argilla ai quali si aggiungevano braccia, mani, testa e gambe, rendendo ogni pezzo unico. Così unico anche grazie all’applicazione di orecchie, occhi, sopracciglia, barba e baffi. Ed è stato scoperto il viso di un guerriero con sopracciglia nere spesse solo 0,02 centimetri, forse applicate con un singolo pelo di pennello. Insomma, meraviglia a piene mani, ma l’esercito di Xi’an non è stato ancora indagato del tutto perché, secondo le fonti, nella camera dove si trova la tomba potrebbe esserci mercurio con la sua carica di morte: «Il passato non dovrebbe mai rivelare tutti i suoi misteri. È per questo che lo amiamo: perché non potremo mai sapere esattamente cosa c’è sotto i nostri piedi, né conoscere alla perfezione la storia di ciò che teniamo tra le mani. Il passato 0 sarà sempre un passo avanti a noi».

Gli scavi a Keros

Anche le indagini a Keros sono ancora una cornucopia di sorprese. I devoti andavano sull’isola greca già prima della costruzione della grande piramide di Giza o di Stonehenge e lasciavano spezzate in due le statuette cicladiche, quelle con le braccia incrociate sul ventre che ricordano Arp, Moore e Brâncuși, facendo diventare Keros il primo santuario marittimo al mondo e Daskalio, l’isoletta di fronte e in antico unita a Keros, una monumentale città terrazzata con edifici dove sono state trovate tracce di lavorazione dei metalli e strutture cerimoniali. Adesso a Colin Renfrew, 86 anni, che scava a Keros da sempre, resta ancora da capire perché fu scelta proprio Keros. Non ha fretta perché, dice, «capire la verità richiede tempo».

Michael Scott, Il punto dove scavare. La storia dell’archeologia in otto scoperte straordinarie, Bollati Boringhieri, pagg. 272, € 25

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