Finanza sostenibile

Greenwashing, la presenza di donne e indipendenti nei Cda non mitiga il fenomeno

Risultato a sorpresa di uno studio sulle 500 aziende Usa quotate con il più alto fatturato. La ricerca pubblicata su The Journal of management and Governance

di Vitaliano D'Angerio

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Sorpresa. La presenza di consiglieri indipendenti e donne nei consigli di amministrazione non mitiga il fenomeno greenwashing. Nessuna relazione di causa-effetto ma la constatazione che non vi sono benefici diretti almeno in tale ambito. È una delle conclusioni a cui giunge lo studio dal titolo “The agency of greenwashing” pubblicato su The Journal of management and Governance . Gli autori sono tre italiani: Marco Ghitti (Università di Padova), Gianfranco Gianfrate (Edhec Business School), Lorenza Palma (Università Bocconi).

La ricerca

L’obiettivo degli autori è stato quello di individuare dei parametri di misura del greenwashing, il marketing spinto di molte aziende per apparire più sostenibili. In particolare, nel periodo 2012-2017, sono state analizzate le 500 aziende statunitensi quotate con il più alto fatturato. «A sorpresa è emerso questo dato – spiega Marco Ghitti, docente di economia aziendale nell’ateneo di Padova – ovvero che la presenza di consiglieri indipendenti e donne nel consiglio d’amministrazione non mitiga il fenomeno di greenwashing. Preciso che non c’è un rapporto di causa-effetto. Ma abbiamo rilevato una correlazione. Di fatto però non sembrano esservi benefici diretti, in termini di greenwashing, dalla presenza di tali figure nel board».

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Una quota maggiore di indipendenti e di donne nei Cda non implica, quindi, un migliore controllo delle attività di greenwashing. Un esempio. «Facciamo l’esempio di due aziende con dieci consiglieri totali ciascuna. In una vi sono due indipendenti e in un’altra soltanto uno – evidenzia Ghitti –. Ebbene, quella con due indipendenti, in base alle nostre rilevazioni, ha il 2,2% di probabilità in più essere una società attiva nel greenwashing, secondo metriche da noi utilizzate».

Indicatori di aziende poco green

Lo studio dei tre ricercatori prende in considerazione una serie di indicatori per individuare le aziende finte green. In particolare sono stati confrontati fra loro i rating Esg di alcune agenzie. «È già emerso in letteratura, che la forte divergenza fra rating Esg, indica un possibile fenomeno di greenwashing», ricorda Ghitti. E aggiunge: «Noi abbiamo anche confrontato i rating Esg con le effettive multe e sanzioni imposte a tali aziende in ambito ambientale. Negli Usa esiste infatti un ente che raggruppa le multe subite dalle imprese in vari ambiti, compreso quello ambientale appunto».

Nello specifico, è stato riscontrato che in un determinato anno, l’8% del campione di aziende possedeva un rating Esg migliore del settore di riferimento ma, allo stesso tempo, aveva anche un numero di multe sia per frequenza che per importi, più alto del settore. «Un disaccoppiamento che, a nostro parere, è un chiaro segnale di greenwashing – aggiunge il professore di Padova –. Per tale motivo abbiamo definito tali aziende come greenwashing active».

Non ultimo da considerare, è poi l’effetto sulle valutazioni di mercato delle società in questione. «Abbiamo confrontato il rapporto tra valore di mercato e quello contabile, verificando che per le aziende greenwashing active ci sono penalizzazioni fino a un massimo del 20% rispetto alle aziende non-greenwashing active», ricorda Ghitti.

Come contrastare il fenomeno

Nella ricerca ci sono anche dei suggerimenti per contrastare il greenwashing. Consigli legati soprattutto agli incentivi per manager e amministratori. «A nostro avviso – conclude Ghitti – non bisogna agganciare i compensi ai rating Esg. Gli emolumenti andrebbero invece legati a fattori quantitativi come, per esempio, la riduzione effettiva di CO2 da parte delle aziende».

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