Festival di Berlino

“Hors du temps”, il lockdown secondo Olivier Assayas

In concorso il nuovo lungometraggio del grande regista francese. In lizza per l’Orso d’oro anche “Dahomey” di Mati Diop

di Andrea Chimento

3' min read

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Un ritratto intimo e personale sui mesi del lockdown: Olivier Assayas torna a riflettere sul periodo d’isolamento dovuto alla pandemia da COVID-19 con “Hors du temps”, film presentato in concorso al Festival di Berlino.

Il regista francese si è ispirato alla sua esperienza, mettendo in scena un’opera del tutto autobiografica che richiama esplicitamente ciò che lui e i suoi cari hanno vissuto.Nell’aprile del 2020, due fratelli (di cui uno è un regista, alter ego dello stesso Assayas, interpretato dal bravissimo Vincent Macaigne) trascorrono il lockdown nella loro casa d’infanzia insieme alle rispettive compagne. Ogni oggetto dell’abitazione rimanda al loro passato e genera ricordi relativi all’assenza di persone che ormai non ci sono più. Da adulti, i due fratelli hanno scelto percorsi molto diversi, ma ora sono insieme a condividere un’esperienza che potrebbe far loro ritrovare le radici comuni.

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Assayas mette subito le cose in chiaro, raccontandoci direttamente come quel luogo in cui si svolge la storia sia quello reale della sua infanzia, in un gioco tra realtà e finzione tanto esplicito quanto delicato.Pur descrivendo il suo caso personale, l’autore francese riesce a farci tornare con la mente a quei mesi, in maniera coinvolgente e proponendo una serie di spunti tutt’altro che banali.Senza che ci siano eventi davvero speciali, “Hors du temps” descrive la quotidianità di quei giorni, i gesti che oggi ci sembrano assurdi e il tempo passato a provare a comprendere se e in quale modo quei momenti ci avrebbero segnato anche in futuro.

Il cinema come un rifugio rassicurante

Tra i registi più cinefili del cinema contemporaneo, Assayas è un autore che ha spesso scavato nella psicologia umana all’interno della sua filmografia: tra le sue pellicole più importanti in questo senso, si possono ricordare “L’eau froide” (1994), “Les destinées sentimentales” (2000) e “Sils Maria” (2014), soltanto per citare alcuni dei suoi tanti lungometraggi degni di nota.Il cinema, per il regista, sembra essere sempre stato un rifugio rassicurante – si veda anche in questo film come ogni sera il regista/protagonista voglia vedere una pellicola – e in “Hors du temps” questo diventa una vera e propria metafora relativa all’intera operazione.È un film, infatti, che sembra anche un percorso di autoanalisi per Assayas, un lungometraggio per buttar fuori sensi di colpa, sentimenti contrastanti e sensazioni vissute durante il lockdown.Probabilmente avrebbe reso ancora di più come instant-movie da vedere più a ridosso della primavera del 2020, tanto che a volte si ha la sensazione di un film “fuori tempo massimo”, ma l’operazione è ugualmente riuscita, toccante e capace di scuotere a fondo.

Dahomey

Un altro nome transalpino in concorso è quello di Mati Diop, regista francese di origini senegalesi che ha presentato il suo documentario “Dahomey”.L’autrice racconta di un evento importante avvenuto alla fine del 2021, quando 26 tesori reali appartenenti al Regno di Dahomey (oggi l’attuale Benin) sono pronti a lasciare Parigi per fare ritorno alla patria d’origine.Insieme a migliaia di altri oggetti preziosi, questi artefatti erano stati presi dalle truppe coloniali francesi nel 1892.Dopo la descrizione di questo viaggio, il film si concentra sul dibattito tra gli studenti di un’università in Benin che discutono sull’argomento.I temi al centro dei vari interventi sono quelli che più interessano Mati Diop: dall’eredità culturale alla politica coloniale, dalle motivazioni della Francia di oggi attorno a questo gesto sino a cosa ha rappresentato per il loro paese l’assenza di questi tesori reali per tutto questo tempo.Le basi dell’operazione sono interessanti, ma la messinscena è fin troppo convenzionale, fatta eccezione per alcuni passaggi più sperimentali – in cui sentiamo direttamente le voci delle statue, con un taglio che può richiamare il cinema del cambogiano Rithy Panh – su cui Mati Diop avrebbe fatto bene a spingere in maniera più decisa.Per gli spunti messi in scena, è comunque una pellicola capace di incuriosire e di far riflettere, ma qualche guizzo degno di nota l’avrebbe resa ben più incisiva.

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