I BTp archiviano un trimestre da incubo. Fino a dove si spingeranno i tassi?
Inflazione, Banche centrali aggressive, ma anche l’incognita elettorale. Il decennale italiano viaggia verso i massimi da 10 anni. E c’è chi vede ormai il suo rendimento proiettato oltre il 5% nei prossimi mesi
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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Difficile dimenticare il trimestre (e la settimana) che si sono appena conclusi, per i BTp così come per i titoli di Stato a livello globale. L’accelerazione impressa ai tassi dalle Banche centrali nel tentativo di contrastare un’inflazione ormai sfuggita di mano non ha infatti mancato di trasmettersi ai rendimenti sovrani, che negli ultimi tempi hanno finito per superare di slancio i livelli raggiunti lo scorso giugno e che sembravano in un primo momento poter rappresentare un punto d’arrivo.
La situazione attuale
La fotografia scattata al 30 settembre sulle scadenze decennali ritrae il Treasury Usa al 3,73%, il Bund al 2,11% e il nostro BTp al 4,51%, cioè 240 punti base più in alto rispetto al benchmark tedesco. Tutti viaggiano poco al di sotto dei massimi raggiunti proprio nel corso di questa settimana, quando la bufera scatenata sui Gilt britannici dalla decisione del nuovo governo guidato da Liz Truss di abbassare le tasse ha creato ulteriore tensione sui mercati del reddito fisso, rischiando di mandarli definitivamente in corto circuito.
Caccia ai nuovi limiti
Difficile stabilire se quelli attuali possano rappresentare nuovi limiti per i rendimenti, e in questi giorni un po’ tutti gli esperti delle banche d’affari sono corsi a rivedere i conti e adeguare le previsioni sulle mosse delle Banche centrali e, di riflesso, sui bond stessi. UniCredit ritiene per esempio che la Federal Reserve possa portare il costo del denaro Usa fino al 4,75% nel primo trimestre del 2023 e vede la Bce spingersi fino al 2,25 per cento. Di conseguenza il picco sui decennali potrebbe essere raggiunto non lontano dai livelli attuali già nell’ultimo scorcio di quest’anno: al 4% per i Treasury (la previsione precedente era al 3,3%) e al 2.30% per i Bund (rispetto all’1,65% finora messo in preventivo).
Il «caso» Italia
Per l’Italia la questione è evidentemente più complessa. I titoli del Tesoro hanno limitato i danni nella prima settimana post-voto, ma il loro futuro resta avvolto nella nebbia. Fino a questo momento il fatto che gli investitori (soprattutto i grandi fondi internazionali) fossero sottopesati e in molti casi addirittura del tutto scarichi sui BTp, il contesto favorevole per le nuove emissioni (con un’offerta netta negativa nella seconda parte del 2022) e la flessibilità utilizzata dalla Bce nei reinvestimenti dei titoli una volta esauriti i programmi di acquisto hanno contribuito a evitare la deriva dello spread, più che l’idea stessa che le politiche fiscali del nuovo Governo non si allontanino in modo sostanziale da quelle adottate dal precedente a guida Mario Draghi.
Il sostegno «silenzioso» dell’Eurotower sembra a questo proposito aver giocato un ruolo rilevante a favore dei nostri titoli di Stato. «Se non si considerasse l’effetto dei reinvestimenti del piano pandemico Pepp lo spread BTp-Bund viaggerebbe già su livelli ben superiori a quota 300», avvertono infatti Sphia Salim ed Erjon Satko di BofA Securities, che si spingono quindi a ipotizzare un «ampliamento prima di quanto fosse possibile pensare» del differenziale Italia-Germania «fino a testare l’area 280-290 punti base».


