Il fattore umano chiave di volta per una crescita sostenuta e sostenibile
L’errata offerta formativa genera un livello di competenze troppo basso per le grandi aziende e troppo alto per le necessità di quelle piccole e medie
di Andrea Beretta *
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Recentemente ho comprato e letto “Un mondo diviso”, un saggio di Eugenio Occorsio e Stefano Scarpetta, introdotto da Ignazio Visco, edito da Laterza, sottotitolato in modo inequivocabile: come l’Occidente ha perso crescita e coesione sociale. La fotografia che emerge dal libro, nel descrivere i processi che hanno diviso il mondo negli ultimi trent’anni, con un’accelerazione significativa negli ultimi due anni di pandemia, è impressionante. Occorsio e Scarpetta analizzano quanto e come in questo arco temporale le diseguaglianze sono aumentate tra i Paesi dell’Ocse e i Paesi in via di sviluppo; e all’interno dei Paesi stessi, tra diverse classi sociali.
E fanno loro “l’evidenza, contenuta in diversi studi apparsi negli ultimi anni, che sembra sfatare il mito secondo cui, per promuovere l’iniziativa individuale, lo spirito imprenditoriale e la presa di rischio dobbiamo accettare sempre crescenti livelli di diseguaglianza”. Anzi, dimostrano che “sono cominciate ad emergere evidenze empiriche secondo cui l’evoluzione delle diseguaglianze ha ridotto il potenziale di crescita delle nazioni”.
In estrema sintesi, la loro tesi è che le diseguaglianze non solo non sono un inevitabile effetto collaterale della crescita economica “tout court”, ma ostacolano una possibile crescita sostenuta e sostenibile. Per questa ragione, non solo per motivi etici o morali o per rigenerare un contesto di coesione sociale, sostengono che occorre intervenire con urgenza per ridurre un trend di divisioni crescenti.
Nei Paesi Ocse l’ascensore sociale si è guastato: ai livelli attuali di mobilità intergenerazionale, per un bambino nato in una famiglia a basso reddito ci vogliono quattro generazioni e mezzo per raggiungere il reddito medio. In Italia addirittura cinque generazioni, ovvero 150 anni. La classe media è in affanno a causa di una crescita dei redditi che negli ultimi trent’anni è stata anemica; e di un forte aumento dei costi, legati allo stile di vita della stessa classe media, che ha messo in crisi il portafoglio di molte famiglie. “Negli ultimi venticinque anni il salario medio di una persona appartenente alla middle class è aumentato del 20% mentre il costo dell'affitto, correlato al prezzo degli immobili, è aumentato di dieci volte tanto, ovvero del 200%”.
Il gender gap risulta problema tutt’altro che risolto, dato che nei Paesi Ocse in media una donna guadagna il 12% in meno della sua controparte maschile. La crisi pandemica ha ulteriormente aggravato la situazione: secondo il Gender Gap Report (presentato al Word Economic Forum del 2021), il tempo necessario a chiudere il gap di genere, che prima della pandemia era stimato in 99,5 anni, oggi è di 135,6 anni.


