L'allarme sull'alimentazione

Sempre più obesi nel mondo, in Italia si paga il declino della dieta mediterranea

In Italia tra 10 anni il 31% della popolazione potrebbe essere obesa

di Natascia Ronchetti

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Siamo immersi in un ambiente “obesogenico”, che favorisce cioè l'obesità. Circondati da catene internazionali di fast food, sempre più dipendenti dai cibi pronti e dalla sedentarietà, “vittime” dell'automazione dei processi produttivi, che riduce l'impiego di energie per svolgere il lavoro, stiamo correndo velocemente verso un record.

“La comunità scientifica stima, nel 2035, un aumento dell'obesità nel mondo pari al 3,1% tra bambini e adolescenti, del 2% tra gli adulti: in Italia, a quella data, il 31% della popolazione, quindi quasi un terzo, potrebbe essere obesa”, dice Annalisa Giosuè, medico dietologo ed esperta in diabetologia dell'unità di ricerca su nutrizione, diabete e metabolismo dell'Università Federico II di Napoli. Prospettiva drammatica, con gravi ripercussioni sulla salute della popolazione.

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Il declino della dieta mediterranea

La conseguenza del declino, che sembra inarrestabile, della dieta mediterranea. Dieta, storicamente diffusa nei Paesi del Sud Europa e studiata per la prima volta dal fisiologo statunitense Angel Keys alla fine degli anni Cinquanta, che è stata poi riconosciuta universalmente come un modello alimentare capace più di altri di mettere al riparo dal rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete di tipo II, patologie respiratorie e neurodegenerative.

Malattie cardiovascolari, l'importanza della prevenzione

Dichiarata dall'Unesco patrimonio culturale immateriale dell'umanità, si sta disperdendo rapidamente, logorata da scorretti stili di vita alimentari, come ha dimostrato anche recentemente in Italia uno studio scientifico che tra il 2019 e il 2022 ha preso in esame le abitudini di 10 mila persone.

 

“Studio – spiega Giosuè - che ha confermato una tendenza all'allontanamento da questo regime alimentare, basato sul consumo quotidiano di molta verdura e frutta fresche e di cereali integrali e su base settimanale di legumi, pesce di piccola taglia, a partire dal pesce azzurro, e di yogurt bianco, che è associato alla diminuzione del rischio di patologie cardiovascolari e di diabete”.

Gravi ricadute anche economiche

Le conseguenze? Un progressivo indebolimento dello stato di salute della popolazione, con pesanti ricadute anche in termini economici sul sistema sanitario. Non solo obesità – tra il 1990 e il 2022 la prevalenza di questa condizione è raddoppiata negli adulti e quadruplicata tra i bambini e gli adolescenti, in particolare nelle aree maggiormente svantaggiate – ma anche malattie a carico dell'apparato cardiovascolare (che rappresentano la prima causa di mortalità in tutto il mondo) e diabete di tipo II, che frequentemente viene definito alimentare.

“Oggi in Italia una persona su quindici ha il diabete, e nella stragrande maggioranza dei casi, l'89,5% soffre di quello di tipo II. Sempre più spesso compare anche in età giovane, sovente in persone con obesità – dice Giosuè -. Un soggetto con diabete costa al sistema sanitario 2.800 euro all'anno, vale a dire il doppio di quanto costa una persona che non ne soffre. E la sua diffusione riflette anche il contesto socioeconomico di provenienza e il livello di istruzione: più quest'ultimo è alto più si riduce la presenza della patologia.

Così come una dieta corretta è correlata a fattori reddituali: le scelte alimentari meno salutari sono quelle economicamente più accessibili. Pesanti anche le conseguenze dell'obesità: una persona in queste condizioni accede molto più spesso al Pronto soccorso per crisi ipertensive, problemi respiratori o osteoarticolari”.

Giosuè fa parte di Sinu, la società italiana di nutrizione umana al cui interno opera un gruppo di lavoro che realizza vari progetti di educazione alimentare, soprattutto nelle scuole. E che ovunque spiega come la transizione dei sistemi alimentari abbia molte cause concomitanti. “Una inversione di tendenza richiede però forti scelte politiche”, dice Giosuè.

Gli stili alimentari da archiviare

Ma quali sono le peggiori abitudini alimentari? Per esempio il consumo quotidiano di carne processata e di prodotti multi-ingredienti che contengono molti tipi di grassi e additivi che non si possono controllare. Sbagliato anche abbondare con alimenti ad alto indice glicemico, come pane, pizze, sandwich, panini. Bene invece sarebbe tornare a vecchie abitudini come l'utilizzo di olio extravergine di oliva quale principale fonte di grassi, evitando gli olii cosiddetti tropicali, come quello di palma o di cocco.

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