La storia

Il pandoro di Chiara Ferragni e noi

La storia della multa dell’antitrust dopo la promozione del pandoro griffato ci racconta una realtà diversa da quella che viviamo nella bolla dei social

di Biagio Simonetta

Chiara Ferragni con suo marito Fedez. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)

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C’è il retrogusto amaro dell’inganno, della solidarietà che sui social rischia di rimanere un hashtag, nella storia della multa a Chiara Ferragni e Balocco per il pandoro griffato e la beneficienza all’ospedale Santa Margherita di Torino. La sanzione comminata dall’antitrust all’influencer e all’impresa dolciaria, ci racconta una storia che ci catapulta al di fuori dalla bolla dei social network, dove la vita perfetta di alcune star ci sembra un territorio così familiare da sembrarci infallibile, anche quando infallibile non è.

Facciamo un passo indietro: un anno fa Chiara Ferragni e la Balocco lanciarono un pandoro speciale in vista del Natale. Nei post e nelle stories che l’influencer lanciò sui suoi canali (ma anche nella comunicazione dell’azienda piemontese) venne fatto passare un messaggio un po’ equivoco, che in sostanza spiegava come questa iniziativa sostenesse l’ospedale Regina Margherita di Torino. Sia la Ferragni sia la Balocco si guardarono bene dallo scrivere espressamente che il ricavato del pandoro (o parte di questo) finisse in questa iniziativa benefica. Perché tanto, a costruire questo tipo di messaggio, ci pensarono decine di siti (anche giornali) e profili social, probabilmente tratti in inganno da questa solidarietà spiegata male.

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Il pandoro della Ferragni, insomma, diventò un prodotto il cui ricavato andava in beneficienza. Ma a sua insaputa.

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Ora, a circa un anno di distanza, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (cioè l’antitrust) ha sanzionato le società Fenice S.r.l. e TBS Crew S.r.l., che gestiscono i marchi e i diritti relativi alla personalità e all’identità personale della signora Chiara Ferragni, rispettivamente per 400mila euro e per 675mila euro, e Balocco S.p.A. Industria Dolciaria, per 420 mila euro. Perché secondo quanto ricostruito, Balocco ha sì fatto una donazione all’ospedale torinese (pare di 50 mila euro). Ma ancor prima di lanciare l’iniziativa del pandoro. E i ricavati del panettone non c’entrerebbero niente con quella donazione.

Un primo alert che la situazione non fosse proprio limpida, in realtà, era arrivato proprio dai post della Ferragni, che aveva usato l’hashtag #ADV, un modo (obbligatorio) per dichiarare che quel contenuto è pubblicitario, e che per quel contenuto quel profilo sta ricevendo del denaro. Un dettaglio probabilmente coperto dal rumore mediatico che ogni volta scatena la Ferragni in questi casi, che con la sua famiglia è spesso promotrice di azioni benefiche (e questo le va riconosciuto).

La storia dell’hashtag

La storia dell’imposizione dell’hashtag #ADV è una vittoria del Comitato di controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, del quale fa parte anche l’avvocato Marisa Marraffino. Proprio lei ci ha raccontato un po’ di cose sul caso Ferragni-Balocco. «Questo è un caso diverso, gli hashtag c’erano ma si contesta di aver omesso dati significativi che possono disorientare le scelte del consumatore. In questi casi la pubblicità può essere ingannevole. E anche l’antitrust ha dei poteri impositivi per quanto riguarda gli influencer». Che poi sembra quello che è successo. La stessa Marraffino ha sottolineato come la mancata adesione dei social network (tranne YouTube) al sistema di autodisciplina sia «una grave lacuna», e come vada sfatato il mito dell’impunità degli influencer: «Situazioni del genere vanno segnalate, perché gli strumenti per sanzionare un influencer che si comporta in modo scorretto esistono. Il vero problema è che ancora oggi – benché rimangano anonime – le segnalazioni che arrivano sono pochissime. Manca proprio una cultura in questo senso».

L'Antitrust multa Chiara Ferragni e Balocco per il pandoro griffato

Comunicazione e buona fede

Intanto, dopo qualche ora di insolito silenzio, Chiara Ferragni (video) ha pubblicato delle stories nelle quali ha fatto sapere di essere «dispiaciuta» se qualcuno ha frainteso la sua comunicazione e «messo in dubbio» la sua «buona fede», e che si appellerà alla decisione dell’antitrust. Ma per ora siamo certi che se Chiara Ferragni fosse una società quotata in Borsa, probabilmente oggi staremmo assistendo a un tracollo azionario con pochi precedenti. E staremmo raccontando delle decisioni della Consob (o dalla Sec, se fosse quotata a Wall Street).

Chiara Ferragni, però, non è una società per azioni. Non lo è nonostante il suo nome dia vita a un impero finanziario da milioni di euro di fatturato. Un impero costruito sui social network che oggi ha allungato le sue mani su spot televisivi e boutique. Un impero che gira attorno a tre società: Fenice Srl (la ex Serendipity), Tbs Crew (la cassaforte che gestisce il marchio The blonde salad, quello che ha lanciato l’influencer agli esordi) e la controllante Sisterhood, una società che si occupa di ideare campagne pubblicitarie.

Fatturato record

Come raccontavamo in un articolo di qualche mese fa, Fenice, la Srl alla quale fa capo Chiara Ferragni Brand (cioè l’intero business legato alle licenze del marchio, dall’abbigliamento ai gioielli e presto ai profumi) ha chiuso il 2022 con ricavi per 14,2 milioni e un giro d’affari a valore retail di 61 milioni, in crescita, rispettivamente, del 115% e del 134% sul 2021. L’altra società è Tbs Crew, che segue tutte le altre attività di Chiara Ferragni e dei suoi collaboratori, dalla consulenza in digital marketing ai progetti di comunicazione per altri brand alla gestione della sua immagine in senso ampio, passando per operazioni di scouting. In questo caso i ricavi netti sono passati dai 7,1 milioni del 2021 a 14,6 milioni del 2022 (+105%).

Numeri sui quali la vicenda del pandoro Balocco griffato Ferragni non impatterà. Almeno non ora. Ciononostante, la multa comminata dall’antitrust all’influencer più famosa d’Italia, un po’ ci prende a schiaffi e ci desta dall’ipnotico scroll da social network. Che la vita reale magari è un’altra cosa. O che, per dirla come Paolo Sorrentino, la realtà è scadente.

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