Il rischio del “matching” sulle professioni che nascono dall’economia circolare
Le figure censite da Randstad Research rispondono ai requisiti per trovare impiego nelle aziende impegnate nella sostenibilità ambientale e sociale
di Gianni Rusconi
3' min read
3' min read
Le figure con un curriculum di studi scientifici, certo. E poi quelle con competenze Stem. Ma c’è un'altra “categoria” di professionisti che il mercato del lavoro andrà a chiedere sempre di più nei prossimi anni, ed è quella legata all’economia circolare. Gestore della logistica inversa, esperto di blockchain per la sostenibilità, tecnico di gestione della filiera, carrellista digitale: sono oltre 200 (e in continua crescita) le nuove figure censite da Randstad Research che rispondono ai requisiti ritenuti necessari per trovare impiego nelle aziende impegnate nel processo di transizione verso la sostenibilità ambientale e sociale.
Nello stilare il profilo delle professioni coinvolte a vario titolo nel compito di riutilizzare gli scarti produttivi, gli esperti hanno delineato un mix di conoscenze, sia tecniche e specifiche dell’ambito di riferimento come la capacità di progettazione e di gestione, la conoscenza delle norme o la vocazione alla comunicazione e al coordinamento, sia trasversali come l’attitudine a fare squadra e ad aggiornarsi continuamente, la comprensione dei trend emergenti e l’apertura al cambiamento, la flessibilità, e le doti relazionali.
Profili “ibridi”, dunque, che richiedono conoscenze più ricche del comune e una maggiore capacità di mettersi “in connessione” con altri profili. C’è un rischio, strettamente correlato al potenziale boom di domanda di queste professionalità, che le aziende corrono e che andrebbe velocemente rimosso ed è l’insufficienza di persone adeguatamente preparate per ricoprire questi ruoli. Un rischio che scaverebbe negli anni a venire un nuovo gap fra domanda e offerta di competenze in aggiunta a quello, ben noto, di figure con adeguate skill digitali.
L’economia circolare richiede infatti nuove mansioni e competenze o la re-invenzione di funzioni tradizionali. Il settore manifatturiero del riciclo (che conta in Italia oltre 90mila occupati) è un esempio emblematico di questa annunciata rivoluzione perché necessita di designer dei cicli di produzione e di consumo, di ingegneri gestionali che diano senso e struttura a questi processi, di operatori che si occupino di separare e ricombinare i prodotti e di molte professioni di contorno, variabili a seconda dell’innovazione introdotta a livello di singolo processo o dell’organizzazione nel suo complesso.
Su un aspetto l’analisi di Randstad Research converge con altri studi che hanno fotografato gli impatti potenziali della circular economy. Le nuove professioni ibride richiedono infatti una nuova organizzazione del lavoro perché la segmentazione delle mansioni lavorative lascia il posto al collegamento tra queste e allo scambio di conoscenze le une con le altre. Le competenze maturate nel percorso di apprendimento di ciascuna professione, in altre parole, vanno integrate trasversalmente con quelle relative ai temi della circolarità e della sostenibilità.

