Fed, l’enigma Warsh (e l’ombra di Trump)
dal nostro corrispondente Marco Valsania
di Laura La Posta
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La rivoluzione Esg è arrivata anche in Italia. Dopo anni di entusiastiche dichiarazioni di principio ma strategie poco organiche sui temi dell’ambiente, del sociale e della governance (Environmental, social, governance), le società italiane più grandi e quelle di dimensione globale sono ora compatte nel fissare obiettivi tangibili da raggiungere per rallentare i cambiamenti climatici e agire in modo più equo, trasparente e solidale.
La svolta è fotografata dalla ricerca e dalla lista dei Leader della sostenibilità 2022, l’iniziativa lanciata l’anno scorso dalla società di analisi internazionale Statista e dal Sole 24 Ore. Neanche la pandemia da Covid-19 ha dunque fermato la valanga verde avviata dalla grande finanza mondiale, che nella discontinuità in corso vede opportunità di crescita epocali. E la guerra in Ucraina, con la temuta chiusura da parte della Russia dei rubinetti del gas, contribuirà ad accelerare la corsa verso l’energia da fonti rinnovabili o nuove come l’idrogeno e verso la mobilità elettrica.
Rispetto alla ricognizione del 2021, alla sua prima edizione, sono ora attivi sul fronte Esg quasi tutti i big e le principali Pmi globali dell’industria, della finanza, del settore servizi, con politiche di sostenibilità finalmente complete e trasparenti e un chiaro riferimento ai 17 Obiettivi Onu di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Non solo: moltissimi stanno rendicontando le loro performance Esg nei Rapporti di sostenibilità (o nelle Dichiarazioni non finanziarie allegate al bilancio o nei bilanci integrati), benché al momento la compliance normativa sia obbligatoria solo per le società più grandi o di interesse pubblico. Infine, il segno della svolta è l’aver legato a obiettivi Esg la retribuzione dei manager, l’emissione di bond o i tassi di interesse sui prestiti.
Questo è il segnale della vera svolta: ora agire in modo più etico conviene. Ecco perché le migliori società dell’elenco si sono lanciate in promesse in realtà difficili da mantenere: diventare entro qualche anno carbon neutral o net zero o climate positive. Vale a dire compensare le emissioni, azzerarle o addirittura ripulire l’ambiente cancellando la propria impronta ecologica. Obiettivi indubbiamente ambiziosi, molto più avanti di quelli approvati nelle varie conferenze internazionali Cop, da Kyoto a Parigi a Glasgow.
Solo vuoti “Blah, blah, blah” come li ha definiti l’iconica ecologista Greta Thunberg? Di certo, inducono a sperare sia gli ingenti fondi del Pnrr, per il 37% riservati al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità, sia i grandi passi avanti nelle sperimentazioni dell’idrogeno, dei veicoli elettrici e del carbon storage (il “sequestro” di CO2 nel sottosuolo o in materiali inerti).