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Consumi digitali: solo il 20% degli utenti paga per l’accesso alle news online

La spesa per contenuti digitali in Italia aumenta gradualmente, ma solo una piccola percentuale degli utenti è disposta a pagare per l'informazione online

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

Consumi digitali: solo il 20% degli utenti paga per l’accesso alle news online

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Oggi più o meno un utente su cinque, tra coloro che fruiscono dell’informazione digitale, paga i contenuti che sceglie di consumare. A confermarlo l’ultimo report dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, «Il settore dei contenuti digitali in Italia: spesa, consumo e trend innovativi nel 2024», che fotografa per informazione ed ebook una crescita graduale ma costante della spesa rispetto al 2023 (+3 per cento), con un volume di circa 185 milioni e un peso sul totale – 3,7 miliardi, considerando video intrattenimento, audio ed editoria digitale e gaming, circa 200 milioni in più rispetto all’anno precedente grazie all’aumento di prezzi medi e abbonati – pari al 5 per cento.

«Su un dato ancora così basso influisce sicuramente il fattore dell’abitudine, che è difficile da scardinare: soprattutto in Italia, il pubblico è stato abituato fin da subito ad accedere a un’informazione gratuita perché il modello con cui è arrivata online è basato su raccolta pubblicitaria e advertising e i prodotti editoriali sono sempre stati messi a disposizione in formato free. Quindi, è quasi automatico che il consumatore tenda a non aspettarsi nulla di diverso», spiega Samuele Fraternali, direttore dell’Osservatorio.

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«Tuttavia, negli ultimi tempi stiamo assistendo a un cambiamento, leggero ma evidente. La pandemia, in questo senso, ha dato una grande mano: ha portato più utenti sul digitale che, trascorrendo più tempo sul web, hanno compreso quanto, per avere notizie di qualità, serva pagare. È cambiata la percezione del valore».

Abbonamenti digitali in crescita

Guardando i dati, infatti, gli abbonamenti digitali crescono, i ricavi accumulano sempre più punti percentuali rispetto alla parte pubblicitaria ma quest’incremento non è ancora sufficiente a compensare l’ormai conclamato calo delle copie cartacee. «Non ci si può aspettare, guardando al futuro, un exploit improvviso grazie a una soluzione o un modello più accattivante», chiarisce Fraternali.

«Mi aspetto piuttosto un incremento continuo ma controllato. Quel che molte testate stanno facendo ora, muovendosi in una direzione che trovo efficace, è investire da un lato su un’area premium con approfondimenti e contenuti più ricchi per invogliare il lettore ad abbonarsi, fidelizzandolo. Dall’altro, declinare le notizie in più formati, per raggiungere target diversi, su diversi dispositivi, in diversi momenti della giornata. E personalizzandole per soddisfare esigenze differenti».

LA SPESA DEI CONSUMATORI IN CONTENUTI DIGITALI

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Pirateria e copyright

Sebbene il fenomeno della pirateria sia prevalentemente associato alle partite di calcio, ai film o alle canzoni, la violazione del diritto d’autore nel settore editoriale è un problema diffuso. «Parliamo soprattutto di piratare le copie digitali dei giornali, gli sfogliatori, tramite WhatsApp o Telegram, consentendo agli utenti di leggere senza aver speso un euro. I giornali si stanno muovendo, ma è difficile intervenire su questo tipo di illeciti», ammette Fraternali. Un altro fenomeno consiste nel rubare gli account premium e accedere così ai contenuti a pagamento. «So di quotidiani che stanno considerando soluzioni di controllo sui contenuti, ad esempio watermark, per risalire all’uso illecito da parte di utenti non accreditati».

Quando si discute di copyright dei giornali e della notizia, si discute anche di equo compenso. «I giornali ci stanno lavorando come altra fonte di revenue, insieme ai motori di ricerca, bloccando una percentuale per sé sul traffico dei contenuti», conclude Fraternali.

«Ancor più complesso, il tema del copyright della notizia digitale, che può essere ripresa e diffusa ovunque, quindi tenere traccia della sua propagazione, soprattutto sui social, è complicato: si può fare, ma serve un accordo tra gli attori in gioco».

Trend positivo per video e audio

Quanto agli altri comparti, il settore del video intrattenimento vanta la spesa del consumatore più alta anche nel 2024 (circa 1,7 miliardi), con un impatto sul totale pari al 45 per cento. «La diffusione e l’utilizzo sempre più capillare della smart tv hanno dato una grossa propulsione al settore, consentendo di raggiungere fasce anagrafiche differenti», sottolinea Fraternali. «Anche qui la competizione è tanta: per questo motivo si spinge molto sulle produzioni originali in modo da differenziarsi dai competitor.

L’aumento dei prezzi è sicuramente un elemento da considerare ma sono diverse le piattaforme che, negli ultimi anni, hanno puntato sul modello che, al netto di costi contenuti, inserisce più spazi pubblicitari. Così le piattaforme ingaggiano il pubblico e tengono stretta quella fascia che, davanti a un incremento della spesa, potrebbe abbandonare».

L’audio digitale, invece, registra la crescita più significativa, con un incremento del 20%che porta il valore a 380 milioni, 10% circa della spesa complessiva. A trainare il mercato la musica. «È, senza dubbio, uno dei segmenti più maturi a livello digitale. Forse per la semplicità di distribuzione del contenuto, forse anche per la costruzione dell’industria che, con tre o quattro etichette, è riuscita a trovare facilmente accordi con le piattaforme per il passaggio dei contenuti sul digitale sia per la gestione degli artisti da un punto di vista strettamente contrattuale», chiosa Fraternali.

«Lo streaming guida sicuramente il business e i consumi sono impattati positivamente anche dall’elemento generazionale. Quel che mi aspetto per il futuro è che si raggiunga, prima o poi, un asintoto. E sarà sicuramente necessario, per continuare a collezionare buoni numeri, più che spingere sull’engagement, magari agire anche qui sui prezzi, proponendo ovviamente offerte più ricche e integrando servizi collaterali».

Podcast, cercasi modello sostenibile

Discorso diverso, invece, sul fronte podcast. Dove, tranne rari casi di indiscutibile successo, non è ancora stato individuato un modello sostenibile sia in termini di consumo a pagamento sia in termini di raccolta pubblicitaria. «Si tratta di un contenuto molto particolare, da leggere in modo diverso. L’errore del mercato è quello di omologarlo al resto dei format, trattandolo come qualsiasi altro media, invece che valorizzarlo sulla traccia di parametri e obiettivi ad hoc», conclude Fraternali. Anche in questo caso, a dare un grosso boost ci ha pensato la pandemia che, restituendogli nuova linfa, ha riportato sulla cresta dell’onda una fetta di mercato esistente bene o male da quasi vent’anni.

E, quanto a declinazione, utilizzabile in più formule, da contenuto accessorio a prodotto autonomo monetizzabile direttamente sul consumatore, fino a produzioni finanziate dai brand. «A cavallo del periodo Covid c’è stata una fase di picco, ora siamo nel momento della razionalizzazione dell’offerta dopo il boom. Tutti ci hanno provato ma il mercato non è esploso perché l’offerta superava la domanda. Ora si sta dimensionando sulla giusta frequenza, dai dati è evidente che la richiesta c’è ma, più che di esplosione in futuro, parlerei di crescita anno per anno».


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