John Rawls e l’ideale di una società “ben ordinata”
Quando John Rawls pubblicò nel 1971 il suo libro più importante, Una teoria della giustizia, si capì subito che eravamo davanti ad un’opera notevole che avrebbe potuto cambiare per sempre il modo di fare filosofia politica
di Vittorio Pelligra
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Quando John Rawls pubblicò nel 1971 il suo libro più importante, Una teoria della giustizia, si capì subito che eravamo davanti ad un’opera notevole che avrebbe potuto cambiare per sempre il modo di fare filosofia politica. L’impatto fu enorme. Sebastiano Maffettone, filosofo e curatore dell’edizione italiana sostiene che “Le ricadute accademiche sono state tanto numerose da rendere praticamente impossibile un controllo rigoroso della letteratura su A Theory of Justice” (Introduzione a Rawls, Laterza, 2010). Ma l’influenza delle idee sviluppate nel libro travalica presto i limiti dell’accademica.
Come sottolinea Thomas Pogge, uno degli ultimi allievi di Rawls “Nessuno che sia realmente interessato ai temi della giustizia sociale può permettersi di non studiare con attenzione quest’opera”. L’accoglienza fu entusiastica anche tra il grande pubblico, cosa piuttosto insolita per un libro di filosofia, lungo, difficile e in molti passaggi perfino ostico. Venne recensito con favore da molte riviste culturali come The Spectator o New Statesman e se ne occuparono perfino quotidiani o settimanali come il New York Times, Washington Post o l’Economist. Le ragioni di tale successo non sono facili da individuare. Non si tratta di un libro che propone idee rivoluzionarie, utopistiche o particolarmente radicali. L’orientamento di fondo è quello di una versione egualitaria del liberalismo tradizionale. Certo si affrontano grandi temi classici, gli stessi che hanno impegnato Hobbes, Locke, Rousseau e Mill, ma Rawls, diversamente dai predecessori lo fa con stile asciutto e un linguaggio accademico che lo allontana dalla scrittura godibile ed evocativa dei classici suoi predecessori. Da un punto di vista metodologico Una teoria della giustizia innova la filosofia politica anglosassone che era intrappolata in un esasperato formalismo e si era allontanata dai temi centrali del dibattito pubblico del tempo.
Erano gli anni, negli Stati Uniti come in Europa, della contestazione e delle controculture. I movimenti per i diritti civili, il Black Liberation Movement, i pacifisti che manifestavano contro la guerra in Vietnam, il “Sessantotto” europeo animavano le strade, il dibattito pubblico e infiammavano i cuori dei giovani. In questa temperie Rawls riesce a fare sintesi tra l’esigenza di una ricostruzione teorica e istituzionale che fosse capace di accogliere l’eredità dei grandi classici, da Hobbes a Kant, e al contempo di parlare alle idealità del suo tempo presente. E infatti, come scrive ancora Maffettone, “Dopo Una teoria della giustizia la filosofia politica ha ripreso un vigore straordinario (…) L’idea di giustizia sociale o distributiva viene riproposta da Rawls in maniera differente non solo da quella dell’antichità, ma anche da quella di liberali e socialisti moderni e contemporanei. Secondo Rawls, i cittadini di uno Stato liberal-democratico non dovrebbero mai accettare le ineguaglianze socio-economiche dovute a un sistema di istituzioni che non siano in grado di giustificare moralmente gli uni agli altri”.
Il successo del libro fu tale che costrinse il suo autore a cambiare i piani. Avrebbe voluto, infatti, cimentarsi con la stesura di una nuova opera sulla psicologia morale ma le reazioni a Una Teoria della Giustizia furono talmente numerose che per molti anni egli si dovette dedicare a replicare alle migliaia di critici e commentatori di tutto il mondo.
L’idea di base del libro è semplice: quali caratteristiche devono possedere le regole che una comunità decide di darsi per fondare e dirigere le proprie istituzioni e per distribuire secondo giustizia i benefici reciproci della vita in comune?



